La soddisfazione, sia di un bisogno che di un desiderio, è innegabilmente fonte di piacere. Ma nella contemporaneità ha assunto il ruolo di quasi un diktat ovvero l’imposizione – tant’è che ci sentiamo tutti più o meno in dovere di sentirci sempre soddisfatti in tutto e per tutto, e di soddisfare gli altri alla prima richiesta (quest’ultimo è particolarmente marcato nel caso di rapporti genitore-figlio e nei rapporti di coppia).

Se questo non avviene ci deprimiamo e siamo anche in qualche modo socialmente legittimati per questo (un “sono frustrato/a” accompagnato dall’espressione triste ha come risposta l’essere compatiti per la “disgrazia” che ci ha colpiti).

Insomma, la frustrazione in sé è diventata la fonte di frustrazione. È naturale voler evitare le frustrazioni per il nostro innato senso di desiderare il piacere ed evitare il dolore, ma paradossalmente la mancata accettazione del dolore produce un ulteriore dolore.

Inevitabilmente, la vita è costellata di frustrazioni.

Nel vocabolario la definizione di “frustrazione” si riferisce sia al sentimento di chi ritiene che il proprio agire sia stato o sia vano, sia (in psicologia) all’effetto della mancata soddisfazione di una pulsione, condizione di tensione psichica determinata da un mancato o ostacolato appagamento di un bisogno.

Può avere cause esterne o interne (per esempio, presenza di due bisogni di uguale intensità ma di opposta direzione o comunque incompatibili).

Le cause di frustrazione possono essere davvero molte e diverse tra loro ma, grosso modo, possono derivare da:
– ambiente fisico (per esempio, caratteristiche geografiche, condizioni di vita…);
– ambiente sociale (ambiente lavorativo, condizione dell’età – tra cui l’infanzia e la tarda età sono i più vulnerabili, ruolo sociale, condizione della malattia di mente, relazione tra i due sessi, condizione di vita nel paese diverso da quello nativo…);
– cause familiari (caso di genitori iperprotettivi o eccessivamente severi, indifferenza, trascuratezza, incoerenza educativa);
– cause personali (essere combattuti per esempio tra bisogno di indipendenza e di protezione, difetti fisici da accettare, vivere in una condizione che non soddisfa più i nostri bisogni che sono nel frattempo cambiati, avere due tendenze inconciliabili, bisogno di approvazione che tarda ad arrivare, la dilazione della soddisfazione dei bisogni, non sentirsi all’altezza della situazione o il compito da svolgere…).

Le reazioni alla frustrazione possono essere molto diverse, e vanno dall’aggressività all’intensificazione dello sforzo, dalla riorganizzazione del comportamento o del modo di vedere la situazione alla sostituzione dell’obiettivo, dalle fantasie compensatorie alla sublimazione (l’arte ne è un esempio, o anche le attività sociali), dalla negazione alla compensazione, dalla razionalizzazione (“è giusto che sia così”) alla proiezione (“sei tu ad avere questo bisogno”), per arrivare alla repressione (“non ho bisogno”) o all’apatia.

Ma è proprio così grave essere frustrati?

Ci fa riflettere questa citazione di Saul David Alinsky (un attivista e scrittore statunitense noto per la sua attività di organizzatore di comunità e autore del noto volume “Rules for Radicals”):

“Dostoevskij diceva che fare un nuovo passo è ciò che la gente teme di più. Ogni cambiamento rivoluzionario deve essere preceduto da un’attitudine passiva, affermativa, non impegnativa verso il cambiamento tra la massa della nostra popolazione. Essi devono sentirsi così frustrati, così sconfitti, così smarriti, così privi di futuro nel sistema prevalente da essere disposti a lasciar andare il passato e sfidare il futuro.”

Insomma, per dirla in termini di crescita personale, le frustrazioni hanno la funzione di farci uscire dalla zona di comfort. Sono utili alla nostra evoluzione personale (oltre che a quella sociale), ci fanno crescere. Il loro fine ultimo è l’aumento del nostro benessere, attraverso una temporanea assenza di benessere. Ma se non impariamo a fronteggiarle possono, a lungo andare portarci all’impotenza appresa (il concetto coniato da Martin Seligman, padre della Psicologia positiva), ovvero la convinzione di non avere alcun potere di influire sulla nostra vita.

Vediamo alcune delle strategie utili per gestire la Frustrazione:

– Conosci i tuoi fattori scatenanti (magari quello che per me è un fattore scatenante non lo è per qualcun altro) e cerca di evitarli;

– Respira profondamente per gestire lo stress;

– Gestisci le tue aspettative sugli altri;

– Mettiti in contatto con te stesso (rifletti, rifletti, rifletti…in tutta onestà tra te e te);

– Vedi la frustrazione come un “successo in arrivo” piuttosto che un “fallimento“.

– Prova qualcosa di nuovo;

– Acquisisci altre prospettive;

– Trascorri del tempo con chi ti sostiene o rivolgiti ad uno specialista per farti aiutare;

– Evita di assolutizzare (di vedere le cose solo in bianco e nero);

– Apprezza quel che c’è di buono nella situazione;

– Fai attività fisica per ridurre lo stress;

– Annota i tuoi risultati ottenuti;

– Smetti di rimandare;

– Riconosci i tuoi comportamenti disfunzionali o negativi;

– Arrenditi alla vita: accetta che non puoi controllare tutto.

E tu? Come te la cavi con le frustrazioni? Condividi le tue esperienze e le tue personali strategie!

Che frustrazione!
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