paura della rabbiaAlzi la mano chi non ne ha! Se l’invidia è una delle emozioni meno confessate, la rabbia è sicuramente una delle più temute.

È fonte di problemi per molte persone, sia nell’eccesso che nella mancanza della sua espressione.

Interferisce notevolmente con le relazioni umane e la qualità della vita che conduciamo.

Una buona parte delle persone vorrebbe farne a meno di fare i conti con la sua esistenza, ma che ci piaccia o no, è una delle emozioni primarie e tutti possediamo nel cervello un sistema congenito neuroanatomico e biochimico della rabbia, geneticamente radicato.

Esattamente come per la paura.

Infatti, entrambe queste emozioni, che hanno una funzione di sopravvivenza, risiedono nel cosiddetto “cervello inferiore” che esisteva evolutivamente già nell’era dei rettili.

In sostanza cosa vuol dire questo?

Vuol dire che sono estremamente reattive: ad ogni minimo stimolo che assomigli anche vagamente a qualcosa che minacci la nostra integrità fisica o psicologica, scatta l’allarme e nel giro di pochi secondi il nostro corpo si predispone ad attaccare (la rabbia) o fuggire (la paura)…si capisce da sé che la valutazione non è delle più accurate :)

Ecco perché è così difficile fare i conti con le nostre paure (vi ricordate, ogni cambiamento suscita in noi la paura e per questo ne opponiamo la resistenza?) ed anche con la rabbia (quando si “tocca” un nostro punto debole o mette a repentaglio qualcuno a noi caro, è un’impresa titanica riuscire a dominare la rabbia).

Già, perché per poter valutare bisogna attivare il circuito del pensiero, ma per l’uomo delle caverne quello non era roba di alto interesse…ci vuole tempo, e se si tratta di vita o morte un secondo fa la differenza, eccome!

Ecco, noi siamo fortemente influenzati da questo meccanismo arcaico, anche se non viviamo più in giungla e non dobbiamo incontrare quotidianamente gli orsi e i lupi affamati.

Ma per superare la sopraffazione di questo meccanismo bisogna edificare un ponte tra il cervello inferiore e il cervello superiore (quello pensante). Con la riflessione. Una volta la riflessione era più apprezzata, ma la società moderna ci mette “un carico da cento” nel favorire l’impulsività e l’aggressività perché è dilagante l’apprezzamento dell’agire, dell’efficienza e dell’immediatezza, e riflettere è considerato (purtroppo) sempre più una perdita di tempo (quei clacson e imprecazioni nel traffico…).

Il cervello si plasma in base agli stimoli ed alle preferenze quotidiane; ricordate la celebre massima “Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché i tuoi pensieri diventano le tue parole…Fai attenzione alle tue azioni, perché le tue azioni diventano le tue abitudini…”?…fino ad arrivare al carattere e al destino.

Lo scoppio di rabbia, inutile dirlo, provoca dei danni a volte irreparabili intorno a noi. Infatti, si dice di alcune persone che “hanno il carattere rabbioso”. Ovviamente, non è così perché ci sono nate, ma perché non hanno allenato il muscolo di moderazione. Esattamente come nel caso del carattere ottimista: ci si diventa perché si allena a scegliere e coltivare i pensieri positivi.

Ci si arrabbia perché si è sviluppato il meccanismo di valutazione del danno nei nostri confronti. Se non c’è percezione del danno (o della minaccia del danno), non c’è neanche la rabbia. Diverso è poi il meccanismo opposto: di coloro che giurano di non aver mai sentito la rabbia in vita loro.

Quelle con il “carattere mite”, impossibili da beccare in un moto rabbioso neanche se vedono pestarsi i piedi appositamente. Ecco, quelle persone non è che sono rabbia-esenti: la provano eccome, ma la bloccano frenando lo slancio verso l’esterno e trattenendolo all’interno. La rabbia è bloccata, ma non repressa, perché continua ad agire all’interno (magari anche indirizzata verso se stessi) producendo a lungo andare un danno enorme al corpo perché quel meccanismo biochimico innescato intanto fa il suo corso e mobilità tutte le sostanze esattamente come se il moto di rabbia fosse messo in azione.

Oltre al danno per la mancata affermazione nel mondo e le ingiustizie ai quali non si pone fine.

Plasmando negli anni il meccanismo di negazione, ci si abitua a non essere più consapevoli di provare la rabbia. La si rimuove dalla consapevolezza. Insomma, assomiglia tanto a quella “a chi troppo, a chi niente”. In realtà, è del tutto normale e sano provare ed esprimere la rabbia in alcune situazioni: serve a modificare e trasformare le circostanze sfavorevoli per noi o all’interno di noi, ottenere il rispetto e considerazione, interrompere un andamento in direzione indesiderata…e un sacco di altre utili funzioni, come per esempio quella di motivarci al cambiamento.

Tutto sta nel saper canalizzare quel potente flusso di energia che mobilita. Un bel grattacapo la rabbia eh? Dimmi nei commenti come te la cavi tu? Ti riconosci in una delle due categorie o sei tra quelli che riescano a viverla serenamente?

Chi ha paura della rabbia?
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