confrontarsi“Gli altri” sono importantissimi per un essere umano, in quanto un animale sociale. Inevitabilmente, dove esiste la parola “io” esiste anche la parola “tu” – che in sostanza significa “altro da me”, in qualsiasi misura. In qualche modo confermiamo la nostra esistenza come esseri individuali attraverso il riconoscimento dell’esistenza individuale di qualcun altro.

Il filosofo Martin Buber si è occupato di quest’argomento in maniera approfondita, arrivando alla conclusione che la realtà umana sia costruita dalla relazione e dal dialogo, e quindi l’uomo è fatto da una fitta trama di rapporti e relazioni.

La persona (l’Io) si costituisce rapportandosi con altre persone: è questa relazione ciò che crea la nostra realtà, ed è in questo modo che avviene il nostro adattamento ad essa.

Volenti o nolenti, ci troviamo a confrontarci o a paragonarci agli altri. È una tendenza naturale che abbiamo tutti. Spesso queste due parole sono intese come sinonimi, persino nei vocabolari.

Ma lo sono davvero? Senz’altro li unisce il concetto di comparazione.

Confrontare nel vocabolario equivale a “mettere di fronte persone o cose, per conoscerne la somiglianza, le affinità, le differenze”; in competizioni atletiche o sportive “entrare in gara per misurarsi con l’avversario”; nell’estensione più ampia “vedere, esaminare una cosa”.

Paragonare equivale a “mettere una persona, una cosa, un’entità a confronto con un’altra, per giudicare della loro somiglianza o diversità, per conoscere quale sia migliore o superiore”. Da questa estensione finale della definizione cogliamo la sottile differenza tra i due termini.

Confrontarci con gli altri può essere, ed è, sostanzialmente neutrale con le ricadute positive sul nostro sviluppo. È essenziale per il ragionamento. È produttivo perché ci può ispirare ad imitare gli aspetti degli altri che ammiriamo e a cui aspiriamo. È stimolante perché ci assicura che sia possibile raggiungere qualcosa che ci piace (se gli altri l’hanno raggiunto, possiamo farlo anche noi). Può spingerci a fare gli sforzi per aumentare la nostra soddisfazione.

Ma, quando quel misurarsi diventa paragonarsi, il motivo di giudicarci migliori o peggiori degli altri, diventa disfunzionale e dannoso: produce l’invidia, la gelosia, l’umiliazione, il senso di inferiorità e di conseguenza l’abbassamento di autostima.

In particolare, nella società odierna è imperante la comparazione a livello materiale, che ci porta a sentirci facilmente inferiori a coloro che hanno “di più”, o magari disprezzare coloro che hanno “di meno” rispetto a noi.

Ce ne sono tante frasi e massime che esprimono questo atteggiamento, come “Gli uomini non conoscono la propria felicità, ma quella degli altri non gli sfugge mai”, “L’erba del vicino è sempre più verde” e così via.

L’effetto è disastroso: disperdiamo energie per diventare qualcosa che non siamo nella speranza di rincorrere la felicità – che si allontana sempre di più perché semplicemente quella non è la nostra strada. Può impedirci di trovare ciò che ha valore per noi. E in ultima analisi, perdere il senso della vita.

In realtà, la comparazione è in un certo senso impossibile e inutile, in quanto ciascuno di noi è unico e irripetibile. Si tratta di valorizzare la propria unicità, non di uniformarci a quella di qualcun altro. Ciascuno di noi è nato con particolari doni e ha sviluppato alcune abilità che non sono né meglio né peggio delle altre. Curare il proprio giardino – questa frase esprime molto bene il concetto. L’essere semplicemente se stessi è il miglior modo di costruire l’autostima.
Confrontarci ci motiva, paragonarci ci demotiva. Cosa scegliamo per noi?

Carta e penna alla mano, cominciamo a fare l’elenco dei nostri talenti, particolarità, abilità, esperienze uniche…fino al minimo dettaglio. Poi facciamolo leggere a qualcuno che non ci conosce e chiediamo cosa ne pensa di questa persona. La risposta potrebbe essere sorprendente.

Può essere un bel passatempo in vacanza. Io lo faccio ogni tanto. E tu? Dimmelo nei commenti.

Confrontarsi o paragonarsi?
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