Essere genitore è davvero uno dei mestieri più difficili del mondo. Ciascuno di noi, prima di diventare effettivamente un genitore, e pieno di incertezze e si chiede più o meno apertamente: “Sarò un genitore bravo? Sarò capace? Svolgerò bene il compito affidatomi dalla vita? Saprò dare al figlio tutto quel che necessita?” Alcuni, più o meno consapevolmente, rinunciano al ruolo del genitore per paura di non esserne all’altezza.

Come in tutto, il perfezionismo bloccante può frenarci dall’affrontare una sfida. E questa è in tutti gli effetti una sfida. Così, pur di non sentirsi un genitore imperfetto, a volte si rinuncia in partenza. Oppure lo si fa, ma in uno stato di continua tensione, simile a quella di essere sottoposti a un esame.

Che poi, nessuno lo sa con precisione cosa vuol dire il genitore perfetto. In realtà è un termine astratto, in cui ciascuno ci mette qualcosa delle proprie fantasie, aspettative, paure, condizionamenti sociali…

Ebbene, volete una buona notizia? Il genitore perfetto non esiste.

Se per perfezione intendiamo l’assenza di errori, siamo già nell’imperfezione (un po’ di giochi di parole aiutano a sdrammatizzare, oltre a sottolineare l’assurdità di alcune idee che ci mettiamo in testa).

Il psicoanalista inglese Donald Winnicott, autore delle teorie originali sullo sviluppo psicologico ed emotivo del bambino ha coniato il termine “la madre sufficientemente buona”. Essendo anche un pediatra si è occupato a lungo dei bambini e della loro relazione con la madre. Il concetto simile ha espresso lo psicoanalista austriaco Bruno Bettelheim nel suo libro “Un genitore quasi perfetto”, riferendosi ad entrambe figure genitoriali.

Ma cos’ è una “madre sufficientemente buona”? Semplicemente una madre affettivamente presente, capace di dare al figlio l’amore, nonostante (ma forse anche grazie a) le proprie paure, ansie, incertezze, preoccupazioni, passioni, rabbia, stanchezza e gli errori che commette (che possono invece diventare la spinta ad evolvere il rapporto familiare). Questo concetto si può tranquillamente allargare a tutte e due figure genitoriali.

Essere genitori sufficientemente buoni significa, in sostanza, diventare ricettivi ai bisogni del bambino e disponibili ad accoglierli. I genitori sono chiamati ad offrire al figlio un abbraccio, un porto sicuro, spronandolo contemporaneamente ad uscirne fuori per cercare la propria strada nel mondo. Se ci riflettiamo, vediamo che in realtà si tratta di un processo di crescita reciproca.

Attenzione però, essere ricettivi ai bisogni del bambino e disponibili ad accoglierli non significa esaudire ogni richiesta del bambino, tanto meno farlo appena il bambino lo chieda o, ancor peggio, prima che lo chieda – nel tentativo di proteggerlo dalle cose spiacevoli. In uno dei post precedenti abbiamo parlato del ruolo delle frustrazioni nel processo dell’evoluzione individuale e della crescita personale: ecco, nel caso del rapporto genitore-figlio è importante una dose ragionevole di frustrazioni. Il figlio, si sa, sottopone i genitori alle frustrazioni quotidianamente. Ma è altrettanto importante che il genitore sottoponga il figlio alla dose ragionevole di frustrazioni.

Qui è molto importante il discernimento in base all’età del figlio: un neonato/un bambino piccolo ha dei bisogni fisiologici che hanno l’urgenza di essere soddisfatti (fame, sete, freddo, pulizia del corpo, sonno…), ma anche il bisogno di presenza fisica del genitore, di contenimento e di rassicurazione emotiva a quell’età non possono aspettare perché comprometterebbero la costruzione di una base sicura e del senso di fiducia nel mondo da parte del bambino (per un bambino piccolo il genitore rappresenta il mondo intero). Un bambino molto piccolo necessità di molta protezione, un bambino che cresce ne necessita sempre di meno. Crescendo, i tempi possono allungarsi (e sarà proprio quell’esposizione alla frustrazione di aspettare a rendere il bambino progressivamente più autonomo).

Andando sempre più avanti, nei figli la dose ragionevole delle frustrazioni plasmerà la capacità – indispensabile nell’età adulta – di desiderare (importantissima!) e di impegnarsi per raggiungere quel che si desidera (il che spinge alle azioni concrete, altrettanto importantissime).

Insomma, il genitore non deve essere “perfetto” (come la vita non lo è), ma rispecchiare le situazioni quotidiane con tutte le loro complessità, inclusi stati d’animo delle persone con le quali si entra in relazione. I figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di genitori che si mettono in discussione e quindi sono disposti a migliorarsi continuamente…e questo c’entra molto con la crescita personale!

Indice

Ecco alcuni dei comportamenti che possono agevolare il processo di crescita reciproca dei figli-genitori:

– Non viziare il figlio, dandogli tutto e subito;
– Guidare e dare l’esempio piuttosto che usare la forza e il rimprovero;
– Permettere al bambino di fare gli errori: sta imparando un sacco di cose che a voi sembrano scontate (se vi aiuta, immaginate di essere venuti dall’altro pianeta e di non sapere niente delle cose di questo mondo);
– Permettere al figlio di prendersi le conseguenze delle proprie azioni, anche se questo può essere angosciante per un genitore protettivo;
– Permettere al figlio di sperimentare e comprendere questo bisogno anche se a volte crea disagio;
– Incoraggiare, incoraggiare, incoraggiare;
– Evitare di fare le cose che il figlio, per la sua età, può fare da solo (è la strada per insegnargli di avere il personale al suo servizio);
– Cercare di comportarsi con i figli come ci si comporta con gli amici;
– Essere coerenti;
– Cercare di ignorare il più possibile i comportamenti indesiderati, invece di ricalcarli;
– Cercare di assecondare la curiosità del figlio, prendendo sul serio le sue numerose domande e impegnarsi a trovare le risposte, se non le sappiamo;
– Evitare di dare al bambino troppe attenzioni quando ha qualche malanno, lo si potrebbe indurre a usare i problemi di salute o incidenti per attirare l’attenzione;
– Scusarsi al figlio se abbiamo sbagliato;
– Cercare di sbollentare la rabbia prima di discutere, e di far sbollentare la rabbia del figlio (e prima di quello, permettergli di esprimerla preferibilmente a parole, che a volte sono “Ti odio!” nei nostri confronti);
– Mostrando al figlio che accettiamo di non essere perfetti o infallibili lo autorizziamo a fare altrettanto: accettare le sconfitte fa parte delle attitudini fondamentali nella vita;
– Essere severi quando la situazione lo richiede (attenzione alle nostre tendenze di essere o troppo indulgenti o troppo severi!);
– Evitare di usare il senso di colpa, sia nei confronti di se stessi che nei confronti del figlio.

E tu? Come te la cavi come genitore? O se non lo sei ancora, che idee ti fai a proposito di questo ruolo? Condividi le tue esperienze, dubbi e certezze acquisite!

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