abito non fa monacoL’espressione che conosciamo tutti: invita a non giudicare dalle apparenze, dà degli spunti interessanti per riflettere sul collegamento tra la nostra interiorità ed esteriorità.

Ma al di là del giudizio in base all’apparenza, l’abito del monaco ha la sua funzione, eccome; come anche qualsiasi altra uniforme: col tempo plasma il nostro atteggiamento interiore.

In qualche post precedente abbiamo già parlato della complessità dell’immagine che abbiamo di noi stessi in rapporto a quel che ci restituisce lo specchio…l’abbigliamento c’entra molto in questa storia.

Il nostro modo di vestirci è influenzato da tantissimi fattori ed è molto personale il rapporto che ha ciascuno di noi con l’abbigliamento.

Se è vero che noi con la nostra semplice esistenza non possiamo fare a meno di comunicare qualcosa, con il nostro modo di vestirci lo è ancora di più: non lo possiamo evitare. Raccontiamo ciò che siamo. Nessuna scelta è mai casuale. Si tratta di potentissimi messaggi non verbali: la vestemica, il sistema semantico dell’apparenza fisica in relazione all’abbigliamento e agli ornamenti, è uno dei 6 sistemi di comunicazione non verbale.

L’abbigliamento può esprimere la nostra personalità, il nostro stato d’animo del momento, la nostra filosofia di vita, i nostri valori, la nostra ideologia, la nostra maschera, il nostro messaggio al mondo o l’aspirazione di qualcosa che vorremmo diventare.

Può esprimere il conformismo o l’individualità, il grado di autostima, il nostro atteggiamento verso il passato (quanti di voi si riconoscono nell’attaccamento ai vestiti vecchi e passati di moda che non ci rappresentano più, ma che tuttavia fanno parte del nostro guardaroba?), il grado di accettazione di se stessi, il nostro rapporto con vari aspetti della vita…

Quando giudichiamo dalle apparenze, inteso non come critica ma come semplice osservazione, non abbiamo tutti i torti: anche nei casi in cui il modo di vestire diverge dalla interiorità di una persona, rivela comunque un aspetto importante del suo stare al mondo.

Secondo alcune osservazioni, si possono individuare nel modo di vestirsi degli atteggiamenti, attitudini e livello di autoaccettazione, come per esempio: l’eccesso di sovrapposizioni dei stili trasmette l’insicurezza, la semplicità (essenzialità) trasmette l’autenticità e l’affidabilità, la predilezione della comodità comunica la rilassatezza e l’accettazione di sé (tranne quando scivola nella trasandatezza), la scelta dei materiali di alta qualità e fibre naturali molto probabilmente comunica che abbiamo a che fare con una personalità indipendente, e così via.

Mi ricordo un articolo di anni fa che parla di quattro “usi” dell’abito:

1. Come travestimento: chi predilige questa modalità spesso è una personalità camaleontica che ama adeguarsi alle situazioni e sperimentare continuamente ciò che è; ogni abito rappresenta parte di sé che si intende vivere in quel momento. Questo è un approccio molto ludico ed è bello giocare con vari aspetti di sé (vari “io”), ma se è esclusivo il pericolo è quello di dimenticare la propria autenticità.

2. Come corazza: è l’espressione del bisogno di sottolineare l’appartenenza ad un gruppo ed è molto importante il desiderio di non sentisi troppo diversi. Il desiderio è quello di non rivelare troppo di sé agli altri, ma va a finire che lo si nasconde anche a se stessi: si rimane imprigionati in uno schema che castra l’espressione di vari “io” contenuti in noi, adeguarsi agli altri e non scoprire mai cosa siamo davvero.

3. Come sperimentazione: è un modo di dare visibilità (o “voce”) ai vari tratti della propria personalità, in un certo senso scoprirli in se stessi attraverso i vari stili dell’abbigliamento. Il rischio, a lungo andare, può essere quello di scivolare in un girovagare senza fermarsi a comprendere quel che si è capito di sé e integrarlo nella propria personalità.

4. Come comunicazione: molto frequente nelle persone che usano l’abito come estensione della propria personalità, e lo fanno con grande cura nella scelta. In questo modo diventa uno strumento per esprimere se stessi fino in fondo. Con precisione rispecchia il complessivo modo d’essere del momento.

Se è vero che la nostra interiorità influenzi il nostro aspetto esteriore, è vero anche il contrario: possiamo produrre i cambiamenti nella nostra interiorità attraverso i cambiamenti dell’aspetto esteriore. Così uno dei possibili modi di produrre i cambiamenti può essere quello di assumere per un po’ un atteggiamento diverso da quello abituale: vestirsi diversamente e muoversi in questa “nuova pelle” inevitabilmente attiva gli aspetti sopiti di noi stessi.

Per esempio, se siamo “quelli della corazza”, osare ad indossare qualcosa che è un travestimento o una sperimentazione. Oppure usare il travestimento per spronarci ad un comportamento che vogliamo costruire, scoprire o rinforzare. Mi ricordo dei tempi all’università dove avevo un’amica molto mascolina nei modi e nell’abbigliamento, che aveva difficoltà con tutto ciò che riguardasse il lato femminile della personalità e nel suo guardaroba non aveva neanche un capo femminile: per un periodo ci ritrovavamo con regolarità nella mia stanza dove lei indossava i miei vestiti e scarpe più femminili e camminava come in passerella mentre io osservavo e le davo i feedback (tipo “cerca di aprire le spalle, stai nascondendo il seno” o “guarda avanti e dritto mentre cammini, invece di guardare per terra”). Lentamente acquistò fiducia ed osò ad uscire per strada vestita con la gonna, scegliendo all’inizio i modelli che meno “davano all’occhio” per poi andare gradualmente verso quelli sempre più femminili.

La sua personalità col tempo cominciò ad avere le sfumature meno rigide e intransigenti, si aprì a parlare dei propri sentimenti e iniziò la relazione con un ragazzo. Non male come risultato di un semplice “gioco della passerella”, vero?

La vacanza, e magari l’assenza delle persone limitanti intorno a noi (che, ricordiamocelo, sono i nostri più grandi sabotatori nel cambiamento), può essere un ottimo momento per giocare a scoprire qualcosa di nuovo su di sé ed uscire dalla propria zona comfort nel modo di vestirsi. Per non parlare del vero e proprio empowerment attraverso l’abbigliamento, ovviamente unito al lavoro sulla propria autostima.

Qual è il tuo rapporto con l’abbigliamento? Con quanta libertà spazi tra i capi d’abbigliamento di vari stili? Riesci a sbarazzarti dei vestiti vecchi e “cambiare pelle” ogni tanto o indossi anche quello che non ti piace più solo per non buttarlo? Raccontami nei commenti!

L’abito non fa il monaco…o sì?
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