ozioL’estate, la vacanza, è il periodo che ci mette davanti al naso la questione di fronte alla quale siamo combattuti; se da una parte desideriamo e sognamo per mesi il momento del non fare niente, dall’altra il non fare niente ci mette in crisi.

Siamo sinceri: per la stragrande maggioranza di noi la parola “oziare” ha un’accezione compresa tra vagamente e decisamente negativa.

La nostra è una società che venera l’efficienza e l’attività frenetica, più intensa è più ci sentiamo di stare sulla buona strada – in altre parole, ci sentiamo virtuosi.

E chi non segue questo schema mentale è considerato di dubbio valore, sull’orlo di intraprendere prima o poi una cattiva strada – ovvero sulla porta del regno dei vizi.

Ma è proprio così?

Lo sai che nei tempi dei romani ‘l’ozio’ era il padre delle virtù?

Chi legge i miei post, sa che amo andare a scovare nell’etimologia delle parole, semplicemente perché aiuta a fare chiarezza laddove si è dispersa un po’.

Nell’antica Roma ozio (otium) e negozio (negotium) erano due realtà opposte. La parola negotium è la negazione dell’otium, in quanto: nec-otium = non-ozio. I negotia erano le attività puramente al servizio dello stato, mentre l’otium rappresentavano le più nobili e qualificate attività umane che impegnavano l’uomo libero, l’attività dello spirito: riflettere, il tempo libero destinato all’attività privata o agli studi.

Uno dei filosofi che maggiormente si soffermarono sull’argomento è Lucio Anneo Seneca.

L’otium per Seneca è la parte più importante della vita dell’individuo, quella in cui ricerca se stesso, si dedica alla lettura, alla formazione, alla costruzione di una morale, usa il tempo in funzione della virtù, al raggiungimento della saggezza e sapienza, grazie alle quali è possibile partecipare al contesto politico ed alla vita di comunità – insomma, prendere parte attiva della vita.

La nostra società moderna è caratterizzata da parecchie contraddizioni:

Il lavoro come mezzo d’emancipazione e di libertà è stato stracelebrato, ma di fatto ne siamo diventati vittime: il lavoro è diventato un obbligo e fatica, nonché spesso lo spreco in termini di una produzione non necessaria.

L’ozio è stato bandito, ma di fatto, per la disoccupazione generata dalla società, una buona fetta della popolazione è “obbligata” all’ozio (con il quale non sa cosa farci, e quindi ne fa un uso distruttivo).

Nella società si celebra il lavoro, ma la maggior parte di coloro che lavorano non amano quel che fanno, quando non lo soffrono addirittura.


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Infatti, i negotia anticamente consistevano in attività in cui gli uomini sono sempre affaccendati per gli altri e non ritrovano mai se stessi. Qui si aggiungono facilmente altre futili pratiche (gli eccessi dell’alcol, della libidine, la glorificazione di se stessi, e così via): insomma, i vizi che non possono fare di loro uomini liberi.

Ne conseguono l’ansia, deconcentrazione, spaesamento, paura, afflizione, tristezza…tipici stati d’animo di chi non sa più applicare l’ozio in ricerca della sua interiorità.

La descrizione è quella di Seneca, ma dobbiamo ammettere quanto sia attuale.

Oggi si aggiungono anche le diverse strumentazioni tecnologiche di cui ci si ricopre per non avvertire solitudine e ansia, sempre presenti. Per diventare il saggio bisogna ritirarsi a vita privata, continuando a praticare il contatto con se stesso che invece l’affaccendato perde. Quel “ritirarsi a vita privata” e l’invito a usare il breve tempo concesso della vita nella ricerca della saggezza vale per tutti e in tutti i tempi. Il saggio non vive più l’ansia del tempo che scorre e logora, ma lo usa in suo beneficio, trasformandone il valore da quantitativo a qualitativo.

Quel “saggio” oggi è il sinonimo di ogni persona che lavora sulla propria crescita personale. Possiamo tranquillamente dire che l’ozio è pratica della virtù.

Il Professor Domenico De Masi, sociologo, diciotto anni fa scrisse sul fenomeno nel saggio su «L’ozio creativo», dove per per ozio creativo intende qualcosa di molto diverso dalla pigrizia, dal non fare nulla.

Per una persona che si diverte a lavorare e sta bene con chi lo circonda, lo spazio per l’ozio è infinito. L’opposto dell’ozio è l’assillo, la preoccupazione. Lavorare è facile, oziare è difficile – in quanto l’ozio presuppone un costante impegno ad osservare, ad essere davvero presenti, essere consapevoli. E di conseguenza effettuare costanti cambiamenti su se stessi.

L’attività frenetica porta ad un semplice automatismo comportamentale ed una consapevolezza minima, quando non nulla.

Due tra i massimi esponenti dell’ozio sono Socrate e Oscar Niemeyer (il celebre architetto a livello internazionale), guarda caso entrambi hanno avuto una grande produttività.

L’ozio è necessario per creare le condizioni di un cambiamento di se stessi, delle proprie abitudini e della messa a discussione dei propri schemi mentali.

E tu? Come te la cavi con l’ozio? Come utilizzerai il tempo ozioso quest’ estate?

Lascerai spazio per la tua crescita personale? Lo userai per trovare o sviluppare i tuoi talenti nascosti?

Trasgredirai le tue regole abituali?

Aspetto oziosamente di leggere qualche commento! Buon ozio a tutti i cercatori d’oro! ;)

L’ozio è davvero il padre dei vizi?
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