La società contemporanea non ama mettere in vista né il dolore né la morte: sono temi di cui non si parla né legge volentieri e si tende ad evitarli o mascherarli.

Eppure, la sofferenza appartiene alla sfera più intima e dell’essere umano al pari con altri argomenti più piacevoli come lo è per esempio l’amore di cui invece si parla volentieri anche nei casi in cui coinvolge in qualche modo la sofferenza.

È impossibile restare indifferenti di fronte alla sofferenza, propria e degli altri. L’uomo è esistenzialmente coinvolto, invitato a prendere posizione di fro te ad essa.

Quando si tratta della sofferenza la domanda che spesso sorge è “Perché? Perché esiste?” La domanda detta in modo accorato, spesso soltanto tre sé e sé.

Se la guardiamo dal punto di vista evolutivo, la sofferenza è l’occasione di crescita. Difficilmente gli esseri umani attivano le proprie risorse e capacità o fanno dei cambiamenti necessari, o riflettono profondamente se non in qualche modo toccati dalla sofferenza.

La crescita, la maturazione, l’arricchimento di una vita umana sono legati alla sofferenza. Chi non attraversa la sofferenza resta in un certo senso un bambino. Ciascuno ha una diversa soglia di sopportazione della sofferenza, di solito legata alla capacità di accettare e di lasciar andare.

Per Viktor Frankl, neurologo, psichiatra e filosofo ed uno dei fondatori dell’analisi esistenziale, «la risposta che l’uomo sofferente dà alla domanda sul perché della sofferenza, attraverso il come egli la sopporta, è sempre una risposta muta, ma è l’unica risposta che abbia senso».

Le sofferenze della vita individuale e sociale, sostenute dalla persona o inflitte ad altri, sono sempre collegate ad un blocco dell’evoluzione psicologica, e danno luogo a difficoltà più o meno vistose di adattamento e di rapporti intra e interpersonali. La persona ha bisogno di ritrovarsi e accettarsi, nella propria realtà che sta vivendo e di esplorare ed attivare le potenzialità, aumentando la capacità di rapportarsi alla realtà e agli altri in modo positivo e costruttivo.

Parlando della sofferenza, se ne possono distinguere diverse forme:
– La sofferenza fisica – che può presentarsi in varie forme e con varie modalità;
– La sofferenza psichica – che può essere causata dalla reazione della psiche alla sofferenza fisica e alla malattia, ma in questa categoria rientrano anche la paura, l’ansia e la depressione;
– La sofferenza affettiva – può essere causata dalla situazione di isolamento o da una situazione difficile da accettare dalla persona che la sta vivendo;
– La sofferenza spirituale può sorgere dall’impossibilità di realizzare progetti di vita che la persona desiderava intensamente. Può essere connessa all’acutizzarsi alle emozioni difficili da vivere come per esempio sensi di colpa, paura, rabbia o altre forme di disagio tra cui anche la mancanza di autonomia e il sentirsi di peso agli altri.

A volte le diverse forme di sofferenza non si possono separare del tutto l’una dall’altra e sono spesso diversi aspetti di una condizione in cui si trova una persona. Dal punto di vista della gravità e della durata possiamo distinguere:
– la sofferenza lieve e passeggera: la si può facilmente tollerare e comprendere come necessaria per raggiungere uno scopo positivo (ne abbiamo parlato nel post sulla frustrazione);
– la sofferenza estrema: può risultare umanamente insopportabile, può essere difficile comprenderla o trovare una soluzione positiva;
– la sofferenza seria: impegna a fondo la persona chiamata a sopportarla in modo umanamente dignitoso; è quella che si incontra di frequente nella vita e che tutti dovremmo imparare ad affrontare in modo positivo.

Le reazioni negative alla situazione di sofferenza sono di solito le prime a manifestarsi: l’impazienza, il rifiuto, la ribellione, il fatalismo, la chiusura, il senso di fallimento o il senso di colpa. Ma con l’elaborazione spesso emergono reazioni positive: l’accettazione della precarietà e del limite, l’integrazione e l’apertura degli orizzonti, l’ampliamento dei propri interessi, l’impegno personale nel prendere in carico qualcosa comprese le decisioni che la riguardano, la fiducia negli altri, la crescita in umanità (valorizzando l’esperienza della sofferenza come occasione per tirare fuori la propria umanità e maturare come persona).

La speranza intesa come capacità di credere alle proprie possibilità e alla possibilità di realizzare qualcosa è forse una delle reazioni positive più significanti. Dunque la sofferenza può diventare un momento di maturazione nella comprensione del senso della vita e dei valori autentici e duraturi.

Nella sofferenza si manifesta la grandezza di una persona, perché solo in essa la persona si trova tragicamente messa a confronto con se stessa, con la sua capacità di investire di senso anche una vita apparentemente distrutta. La sofferenza, come afferma Viktor Frankl, è «l’occasione per conferire pienezza al significato più profondo della vita».

Di fronte alla sofferenza ci si può porre in maniera masochistica oppure con atteggiamento di fuga (ad esempio, con il suicidio). Ma si può anche assumere una maturità dignitosa, anche nella difficoltà a capire tutto.

Frankl indica quattro modalità che consentono di collocare la sofferenza in un contesto carico di senso:
1.la sofferenza come prestazione: considerare ogni decisione attuale come frutto, spesso faticoso, di un percorso precedente, nel quale si individuano dei valori da realizzare, e spesso si tratta di un atto consapevole di libertà.
2.la sofferenza come crescita, grazie alla quale la persona vede la sua situazione da una prospettiva diversa, si pone la domanda cosa fare della sua sofferenza, e avviene il ridimensionamento di certe fissazioni, il calo di alcune pretese assurde, un maggiore contatto con la realtà.
3.la sofferenza come maturazione che aiuta a superare la fase della banalità e della superficialità della quotidianità. Non si è più cullati dalle onde tranquille e sicure, ma ci si trova a dover affrontare i pericoli e gli scogli, le domande e gli appelli. E questo, è innegabile, fa maturare.
4.la sofferenza come arricchimento, che permette di cogliere la verità nella sua semplicità.

La frustrazione e la sofferenza a cui è soggetto l’uomo fin dalla primissima infanzia è un fattore importante di differenziazione e di crescita. Un atteggiamento eccessivamente ansioso e iperprotettivo che vorrebbe risparmiare al piccolo ogni privazione e restrizione, ogni attesa e incertezza, ostacola l’assunzione della propria autonomia e la consapevolezza di essere «uno che sa stare in piedi da solo» e che può camminare con le proprie gambe. Impedisce di acquistare l’auto-stima sufficiente per sperimentare il gusto della conquista, dell’apprendimento e dell’uso delle proprie potenzialità nell’affrontare efficacemente la vita. Una disciplina ragionevole è indispensabile per proteggere il bambino dal capriccio dei propri impulsi e contro l’anarchia dell’incapacità di scegliere. Molte sofferenze inutili possono essete risparmiate all’adulto, per tutta la vita debitore della propria infanzia, se le cure che gli si prestano sono in sintonia con le sue reali esigenze. Oltre che a sviluppare la fiducia in sé e negli altri.

Con la valutazione positiva dell’esistenza, malgrado limiti e deficienze, l’uomo ha raggiunto la maturità piena nell’armonia e integrità che gli permette di affrontare la vita così come è in modo efficace e di accettare serenamente gioie, rinunce, dolori e la morte stessa.
Questa è l’evoluzione ideale.

Il tentativo di evadere in qualche modo dalla sofferenza (senza riuscirci ovviamente) e il rifiuto di essa ci prigiona impedendoci l’uso della libertà.

Anche se ciascuno cerca di evitarla o di diminuirla per godere maggiormente del piacere della propria vita e della soddisfazione dei bisogni, in alcuni casi la stessa sofferenza può presentarsi come fonte di piacere, come per esempio il masochista che trae soddisfazione dal dolore sia fisico o psicgico e che cerca quindi la sofferenza in modo attivo sia procurandosi da se stesso dolore e umiliazioni, sia sollecitando da altri forme di maltrattamento e di svilimento al quale si sottomette.

Ogni tendenza simile in realtà nasconde il tentativo di evadere la sofferenza o opporvi delle difese efficaci ogni volta che la persona avverte l’incapacità di accettare la sofferenza come fattore di crescita. Il masochismo psicologico contiene l’ncapacità di accettare la soddisfazione, la gioia e la felicità. È come se l’individuo formulasse una regola di vita dell’antigioia, basata sulla scelta sistematica di ciò che dà minore soddisfazione. Vi assicuro che questo atteggiamento è molto più diffuso di quantocsi creda ed è alla base di molte convinzioni limitanti che regolano il nostro comportamento (e delle quali non siamo consapevoli).

A volte il vittimismo e l’auto-sacrificio, l’”orgoglio della sofferenza” vengono esibiti per negare la propria debolezza, la propria deficienza e sono un atto di aggressività passiva: servono per punire gli altri, per proiettare la responsabilità del proprio soffrire sulla coscienza altrui. La sofferenza, infine, può anche assumere il significato di una punizione e quindi indicare un senso di colpa.

Insomma, un tema non proprio noioso, la sofferenza. Tu che ne pensi? Che rapporto hai con la sofferenza? Aspetto i tuoi commenti!

Perché soffrire?
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