A chi non è capitato di iniziare con entusiasmo qualcosa, che sia un percorso di crescita personale o un progetto da realizzare, per poi trovarsi ad un certo punto vinto dalle vecchie abitudini o dalle vicissitudini quotidiane…e, più o meno gradualmente, abbandonare quel proposito – a volte senza neanche accorgersene?

Succede spesso con i famosi propositi dell’inizio dell’anno nuovo, il che fa a volte giungere alla conclusione che i buoni propositi non servano a niente.

Siamo soliti dire o sentire dire dagli altri, di fronte al successo di qualcuno, che “…riesce perché è un genio, una persona speciale, ha avuto fortuna…”.
In realtà, il successo in qualsiasi nuovo proposito, percorso o progetto non sta in nulla di straordinario ma nella perseveranza; ovvero nella costanza di proseguire nella condotta scelta nonostante gli ostacoli, la stanchezza, lo sconforto o le tentazioni di ritornare sul vecchio schema comportamentale (quest’ultimo molto frequente quando si tratta di cambiamenti nell’ambito di crescita personale).

L’essere umano non fa nulla senza una motivazione, e quella di certo non manca nel momento in cui decidiamo di iniziare qualcosa. Ma la differenza tra una persona perseverante e quella che non lo è sta nella capacità di far durare una motivazione o di rinnovarla continuamente, fino al raggiungimento dell’obiettivo prefissato.

La perseveranza è quella che più di ogni altra qualità determina la riuscita in un proposito, sia che si tratti di un piccolo obiettivo che di una grande impresa.

Per far sì che la motivazione duri nel tempo e nonostante le difficoltà, è necessaria la volontà, intesa come la determinazione fattiva (azione) e intenzionale (pensiero), ma anche come desiderio (sentimento/emozione).

Ovvero, abbiamo bisogno di chiarezza su:

1. quel che vogliamo (formulare un preciso pensiero e intenzione),
2. del perché lo vogliamo (sentimento/emozione che ci spinge ad averlo o raggiungerlo) e su
3. quel che siamo disposti a fare per ottenerlo (azione).

Senza uno di questi tre ingredienti la nostra volontà vacillerà come le foglie autunnali al vento. Oppure, in assenza di chiarezza su uno di questi tre ingredienti, faremo un passo in avanti e uno indietro – il che equivale a non progredire affatto, nonostante un apparente gran darsi da fare. Se manca l’unità di essi, la perseveranza è difficilmente realizzabile a lungo andare.

Se, per esempio, non abbiamo chiaro quel che vogliamo, in realtà ci comportiamo come se dovessimo continuamente prendere una nuova decisione su quel punto, con il risultato del dispendio di energie per il fatto di effettuare continuamente una nuova scelta (valutando quindi di nuovo tutte le opzioni), e un altro dispendio di energie nel caso in cui dovessimo vacillare e cambiare la scelta.

Tutto questo succede in brevissimi attimi, di cui il più delle volte non siamo consapevoli. Se invece non abbiamo un perché abbastanza chiaro e forte (o se non è un perché intimamente nostro ma è imposto o basato su un compromesso), non ci sarà la forza emotiva a sostenerci nel perseverare (e la forza motrice dell’essere umano è più emotiva che razionale!).

Il poliedrico Alejandro Jodorowsky dice: “Se non si persevera, non si è creatori. La creazione è, prima di tutto, volontà.” (a proposito di creatività e la sua importanza nella quotidianità già ne abbiamo parlato in uno dei post precedenti)

Ecco, ricordiamoci di prendere la responsabilità (e quindi anche il potere) di essere noi i creatori della nostra vita e del nostro modo di viverla. Lo so, è facile prendersela con i nostri genitori (che ci hanno condizionati nell’infanzia), con l’ambiente attuale (da quello più intimo a quello globale) o con le esperienze (a volte anche molto difficili) che abbiamo incontrato nel corso della vita.

Lo so, cambiare è faticoso, ma ricordiamoci la fatica di continuare a vivere in una condizione insoddisfacente o che comunque trascuri di realizzare i nostri sogni e i potenziali inespressi. Le abitudini, quando non sono più funzionali al nostro benessere, diventano una prigione – magari anche una prigione comoda (vedi la zona di comfort), ma pur sempre una prigione.

La celebre frase di Sant’Agostino “Errare è umano, ma perseverare è diabolico” ha sicuramente influito a colorare il verbo “perseverare” di un’accezione negativa, a un livello inconsapevole. Per neutralizzarla, va fatta chiarezza sul fatto che intendesse “diabolico” continuare a dare forza alle nostre abitudini, vecchi schemi comportamentali o allo sconforto – il che corrisponde al tema di questo post e chiaramente restituisce alla perseveranza il ruolo della virtù, capace di “fare il diavolo a quattro” per ottenere quel che vuole, nonostante gli ostacoli.

Nel realizzare quel che vogliamo di certo avremo delle cadute, ma se nutriamo la perseveranza con la miscela giusta di quei tre ingredienti menzionati, ci rialzeremo sempre, ed anche rinforzati! Come tutte le virtù, si può coltivare.

Come te la cavi tu con la perseveranza? Hai i tuoi metodi per coltivarla? Condividi nei commenti il tuo punto di vista o le tue esperienze personali!

Perseverare è sempre diabolico?
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