La nostra è una società contraddittoria: da una parte fobica nei confronti della morte e dall’altra parte fobica nei confronti della vita.

Il risultato è una confusione diffusa e disorientamento, con il prodotto finale di un sostanziale malessere.

Considerando che è il benessere quel che si invoca continuamente, c’è da ammettere che bisognerebbe “aggiustare il tiro”.

Cosa significa essere fobici nei confronti della morte?

Partendo dai criteri diagnostici del DSM, che definiscono fobia come “paura marcata e persistente, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazione specifici”, dobbiamo ammettere che, a differenza delle altre culture e delle altre epoche della nostra stessa cultura, oggi la società nei confronti della morte ha un atteggiamento fobico: è diffuso un generalizzato evitamento dell’argomento (lampanti sono le risposte elusive nei confronti dei bambini sulle domande di questo genere), e contemporaneamente la costruzione di un atteggiamento di simil-onnipotenza teso a prolungare la vita a tutti i costi, in quantità, senza tenere conto della sua qualità.

Quasi quasi si fa finta, come se la morte non esistesse o che la si possa controllare – atteggiamento assolutamente irrazionale – mentre ogni ragionamento razionale concorda con la certezza della morte per tutti gli esseri viventi.

Di che cosa abbiamo paura, se sappiamo per certo che la morte è inevitabile per tutti?

Forse una parte della risposta possiamo trovarla nell’altra fobia contraddittoria: quella della vita.

Se rileggiamo il criterio diagnostico sopracitato, possiamo applicarlo alla quotidianità sugli ambiti della vita sempre più estesi.

In breve, abbiamo paura di affrontare i rischi. Vogliamo solo il piacevole ed essere compiaciuti. Vogliamo certezze in qualcosa che per sua natura e definizione è il rischio.

Così viviamo sempre meno intensamente, che nella nostra psiche si traduce nella sensazione di non vivere affatto. In realtà posticipiamo la vita nella speranza che prima o poi la vivremo davvero, e per questo temiamo che la morte ci colga prima di averla vissuta.

Arriviamo anche all’età tarda, ma il risultato è una vita passata a temere.

Un po’ come il regalo non scartato, tenuto da parte per non si sa quando e mai usato.

Dove è il senso?

È il caso di porsi un po’ di domande. Di mettere in discussione la cosiddetta normalità.

Anche perché si tratta delle domande esistenziali che ciascuno di noi si è posto da bambino: Chi sono? Da dove arrivo e dove voglio andare? Perché sono qui? Che cosa voglio fare della mia vita nel tempo che ho a disposizione?

La stragrande maggioranza di noi ha smesso di porsi questo tipo di domande, probabilmente scoraggiato dagli adulti che aveva intorno o dalle esperienze vissute.

Ma smettere di porsi le domande (o sostituirle con le distrazioni) non è una buona pratica: significa non avere mai nessuna risposta.

La vita non è un prodotto rifinito o un programma installato. È un atto creativo. Nostro, personale, intimo. Il creatore sei tu, che tu lo ammetta o no.

Possiamo scegliere di subirla la vita o di godercela, con tutte le sue difficoltà.

Anche sentire la cicatrice che brucia è godersi la vita.

Che sia difficile non c’è dubbio, e questo non dipende da noi, ma che valga la pena di viverla è questione delle nostre scelte, e quindi dipende solo da noi.

Poniamoci qualche domanda, dunque. Ogni giorno. Trasformiamola nell’igiene quotidiana, come lavarsi i denti o il viso. Sono parole, ma portano oltre.

Sono fatti concreti che creano la vita, non quello che vorremo fare.

Le domande sono indispensabili per indirizzare le nostre decisioni su certi fatti concreti piuttosto che su altri.

È questo quel che fa differenza tra la sensazione di una vita vissuta davvero, vissuta pienamente, e la sensazione di aspettare di farlo un giorno.

Il bello è che si può iniziare in qualsiasi momento. È che ogni momento è il momento giusto.

Non esiste un vademecum di domande, ogni domanda è giusta e ce ne sono quanti sono gli esseri umani.

Divertirsi a fare le proprie domande può essere già un modo di rendere la propria vita più “personalizzata”. E soprattutto, ricordiamoci di tradurre ogni domanda in un gesto concreto.

Cosa significa per me oggi godermi la vita?

Ho colto al volo quell’occasione che la vita mi ha presentato, facendomi sussultare il cuore?

Ho sperimentato tutte le emozioni possibili?

Ho espresso l’amore ogni volta che l’ho provato, non importa se con parole o gesti e non importa se a chi vive accanto a me o a uno sconosciuto?

Ho affrontato oggi quella paura che mi si presenta continuamente?

Ho rischiato oggi qualcosa?

Che cosa mi fa brillare gli occhi oggi?

Per che cosa decido di lottare?

Quali sono i miei valori che mi guidano attraverso il buio?

Quali sono i valori che sto inseguendo, ma in realtà non sono miei ma mi sono stati imposti?

Chi c’è intorno a me? Mi piace quel che vedo?

Mi piace quel che faccio?

In che cosa credo? È discutibile?

Cosa di buono posso dare oggi a me stesso?

Cosa di buono posso dare oggi agli altri?

Di cosa mi voglio liberare?

Quanto vivo e quanto soltanto passo il tempo (magari sui social)?

Cosa è che mi ricorda oggi la morte?

E tu? Quanto ti riguarda la fobia contemporanea? Riesci a usare la morte per ricordarti di godere la vita? Dimmelo nei commenti!

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