“…e vissero per sempre felici e contenti.”: è la finale di ogni favola, che parla chiaramente del nostro desiderio di evitare le esperienze e vissuti spiacevoli.

Ovvero di evitare il dolore.

È vero che il dolore è spiacevole e maggiormente si cerca di evitarlo (anche se ci sono le categorie che lo cercano, ma questo è un altro argomento), ma in questa società il dolore è considerato il male, è una società che ricerca il piacere, perlopiù immediato.

Chi, in un momento difficile, non ha esclamato o pensato: “A che serve il mio dolore?  Perché il mio dolore?  Mi pesa. Mi tortura. Mi ferisce. Mi annienta. Dove posso scappare? Come posso liberarmene?”

Tutti lo evitano, lo scansano, lo negano, lo ritengono insensato. Ne hanno paura. Fa paura. Sì, il dolore fa paura. Ci fa sentire spaventosamente in balìa. Sebbene sia ritenuto “insensato” si cerca di spiegarlo. Per renderlo più accettabile. C’è chi passa tutta la vita a scappare dal dolore, da qualsiasi dolore.
Il dolore ci tocca intimamente. Molto intimamente.

Il termine dolore indica qualunque sensazione soggettiva di sofferenza provocata da un male fisico o psicologico. Il dolore fisico è argomento della medicina (specificatamente dalla algologia), mentre quello psicologico è stato a lungo dibattuto a partire dalla filosofia antica. Secondo la definizione della IASP (International Association for the Study of Pain – 1986) e dell’Organizzazione mondiale della sanità, il dolore «è un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole associata a danno tissutale, in atto o potenziale, o descritta in termini di danno».

Qui notiamo alcuni punti importanti:
-il dolore è un’esperienza;
-questa esperienza può essere sensoriale, emozionale o entrambe;
-è qualcosa soggettivamente vissuto come spiacevole;
-è un’esperienza associata a un danno, reale o vissuto come tale;
-il danno può essere in atto o solo potenziale.

Da questi cinque punti si può capire quanto è fondamentale la componente soggettiva nell’esperienza del dolore: in alcuni casi (non parliamo di danni fisici gravi), quello che una persona vive sensorialmente ed emotivamente come dolore per l’altra persona può non essere così. Ciascun essere umano ha una soglia della percezione e della sopportazione del dolore molto diversa.

Il dolore può avere due accezioni: utile e non utile. È utile quando rappresenta un campanello d’allarme e ci fa capire che siamo di fronte a un potenziale problema più o meno grave. È inutile quando è, per così dire, un “falso allarme”: il problema ce lo siamo solo immaginato (come nel caso delle paure irreali, che prendiamo per certe), e in questo confondiamo il nostro meccanismo interiore, rendendolo inneficace di affrontare problemi effettivi.
In pratica, possiamo renderci inabili alla vita per la nostra paura del dolore.

Dal punto di vista della durata temporale, il dolore è classificabile come: Transitorio, Acuto, Recidivo, Persistente, Cronico.

Poi c’è il dolore idiopatico o psicogeno: è un tipo di dolore riferito senza una causa evidente. Può essere riferito un dolore il cui livello di intensità non abbia corrispondente motivazione organica. È chiaro anche qui il ruolo decisivo della componente psicologica, soggettiva, emozionale. È il caso del “Dolore Cronico”, che colpisce circa il 20% della popolazione generale, con un’incidenza maggiore nelle donne; non è considerato come sintomo di malattia, ma come malattia di per sé che può colpire diverse aree del corpo e può generare delle modificazioni comportamentali, relazionali, affettive e compromettere la vita quotidiana, sviluppando altre problematiche come depressione, disturbi del sonno, stanchezza fisica e debolezza. L’esperienza clinica insegna che “Il dolore è dolore!”: non importa che si percepisca nel corpo o nell’anima. Il dolore è sempre reale, anche nell’ipocondria perché di fatto non risparmia nel reale i suoi risultati: fa male. La dimensione di questa sensazione del “male”, per quanto si possa addurre alla sfera psichica, affonda le sue radici nella sensorialità del corpo: quando sentiamo “male”, lo sentiamo nel nostro corpo.

La terminologia non distingue nettamente tra dolore e sofferenza, che sono considerati quasi sinonimi, ma il significato dei due termini sottolinea una cosa importante: che il dolore può non essere una mia creazione (può derivare dal danno tissutale oggettivo), mentre la sofferenza è il mio modo di sentirlo, di sopportarlo [dal lat. tardo sufferentia, «sopportazione, pazienza», der. di suffĕrens -entis «sofferente»].

Intensi stati dolorosi psichici si riflettono negativamente sull’organismo generando condizioni di sofferenza fisica, e questo è l’ambito di cui si occupa la psicosomatica.

L’argomento del dolore si dirama in due filoni: spiegare il dolore come esperienza fisica e spirituale presente negli esseri umani (se ne occupano la filosofia, la psicologia, la religione, la medicina) e cercare il modo di combatterlo. Quanto più si approfondisce la conoscenza del dolore, tanto più si può combatterlo.

Il primo aspetto del dolore è quello della sua universalità: tutti soffrono. Ma questo non vuol dire che tutti soffrano allo stesso modo.

Già il grande filosofo Platone (428 a.C.–348 a.C.) affermava che il dolore ha non solo un’origine sensibile ma anche morale dall’anima che ha sede nel cuore di colui che viene punito, per non aver seguito la verità, con la sofferenza con la quale però può riscattarsi e riappropriarsi del bene. Per Agostino il dolore ha tre precise caratteristiche: l’universalità, il suo legame sia con il corpo che con l’anima, la sua origine nel peccato.

Nell’epoca medioevale Tommaso d’Aquino sostiene che la stessa sofferenza dell’anima genera il dolore del corpo. Un’approfondita analisi sul tema del dolore è stata condotta da docente e filosofo italiano contemporaneo Salvatore Natoli in diverse sue opere. Secondo Natoli l’esperienza del dolore ha due aspetti: uno oggettivo, il danno; e uno soggettivo, cioè come viene vissuta e motivata la sofferenza. Il dolore può essere vissuto e reso sopportabile se chi soffre percepisce che la sua sofferenza è importante per chi entra in rapporto con lui e con la sua sofferenza. Se chi soffre si sente importante per qualcuno, anche se soffre ha motivo di vivere.

Il dolore è parte essenziale della vita e per gli antichi filosofi greci era l’altra faccia della felicità. Parliamoci chiaro: non esiste nessuno a cui la vita risparmia quest’esperienza.

Ma il dolore non deve essere inteso solo in termini negativi, come siamo abituati a considerarlo: nelle fasi iniziali svolge una funzione protettiva perché è un campanello d’allarme che rivela che c’è qualcosa che non va nell’organismo, sia fisicamente sia psicologicamente, ovvero esistenzialmente.

Il dolore del parto ci indica il valore del dolore come risorsa; ha caratteristiche uniche in natura: è un dolore che non è sintomo di una patologia, ma segnale del normale, naturale progredire della fisiologia, e il fatto che la natura, in millenni di selezione, abbia deciso di lasciare il dolore all’interno del parto, sembra volerci ricordare un possibile valore. La funzione del dolore nel travaglio è quella di guidare la donna alla ricerca del percorso di parto più funzionale, in quanto la posizione che risulta meno dolorosa per la donna è infatti anche sempre quella più utile al progredire corretto del travaglio, garantendo la buona riuscita del parto.

Il rabbino e psicoterapeuta Abraham Twerski racconta di come il disagio e lo stress siano gli elementi che permettono di crescere, cambiare e modificare la propria vita. È abbastanza citata la metafora dell’aragosta che fa spesso. L’aragosta è un animale molto longevo che per tutta la vita continua a crescere, e ogni volta che il suo corpo riempie un guscio, deve trovarne un altro per non finire schiacciata da ciò che dovrebbe proteggerla.

Riprendere contatto con le nostre emozioni, riconoscere e dare importanza a ciò che sentiamo è il primo passo per uscire dal guscio che ci opprime e andare alla ricerca di uno migliore.

Quando viviamo un disagio è vero che ci troviamo in una posizione di sofferenza, ma quello stesso disagio può essere lo stimolo che porta al cambiamento e al miglioramento della nostra vita.

Nel dolore l’uomo può scoprire le sue possibilità di crescita.

La funzione essenziale del dolore nella nostra vita è questo: ci fa crescere. E sappiamo quanto noi, esseri umani, temiamo la crescita e il cambiamento che porta con sé, pur dichiarando di aspirare all’evoluzione.

In realtà il dolore è un messaggio sottostante, e quando scegliamo di diventare consapevoli del messaggio portato dal dolore diventa l’occasione di crescere. Qualsiasi reazione a ciò che viviamo, a ciò che accade nella vita, nelle nostre relazioni è in realtà un messaggio.
Il dolore è una reazione.

L’esperienza del dolore chiude il singolo nella sua individualità e incomunicabilità. Perché deve comunicare con se stesso. Per cogliere il messaggio. Per dare priorità diverse nella nostra vita.

Il dolore è il nostro più grande maestro, attraverso cui impariamo. Arriva nella nostra vita per aiutarci a crescere, diventare più forti, evoluti, consapevoli. Ci mette in una relazione di sincronia con chi condvide quelle stesse condizioni. Sviluppa l’empatia. Sviluppa la comprensione profonda. Fa incontrare una forma di sincerità autentica.

Il dolore (qualunque, sia fisico che emotivo) serve, ci avverte di qualcosa, è come se ci volesse suggerire che stiamo usando male la nostra vita. È il modo che la nostra interiorità usa per svegliarci e farci capire che non stiamo vivendo la vita come veramente vogliamo.

Grandi persone, tormentate da grandi dolori, hanno dimostrato di essere più forti grazie al proprio dolore: hanno agito sulle proprie componenti emotive e cognitive, usandole come serbatoio di risorse.

Questo significa l’importanza di non scappare dal dolore, non rifiutarlo, ma considerarlo parte integrante ed essenziale della realtà. Con il dolore possiamo diventare più forti.
Ogni volta che proviamo un dolore, rafforziamo una parte di te.

Ciò che ci ha buttato a terra ci mette nella condizione di doverci rialzare. È una sfida. Possiamo scegliere di rinunciare, ma non la possiamo ignorare.
Evitare un dolore, o arrendersi passivamente ad esso, ci evita di far maturare qualcosa di importante dentro di noi.

Il dolore può essere alleviato dalla compassione reciproca tra gli uomini che così si spartiscono il peso della sofferenza, e questo è un altro immenso valore che porta.

Ci fa conoscere meglio gli altri, oltre che conoscere meglio se stessi. Ci fa accettare la fragilità insita nella condizione umana (nostra, e quella degli altri), e conoscere ed apprezzare meglio la gioia.

E tu? Che rapporto hai con il dolore? Raccontami nei commenti, dopo aver sentito l’emozionante brano di Roberto Vecchioni “Ho conosciuto il dolore”:

Che dolore!
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