Effettivamente, il momento in cui abbiamo una chiara consapevolezza di aver generato la sofferenza a qualcuno con il nostro comportamento, a sua volta causa la sofferenza che assomiglia proprio a un morso.

Chi di noi non l’ha provato?

Anzi, la capacità di provare rimorso è uno dei principali indizi dell’umanità di una persona; chi ne è privo potrebbe appartenere alla categoria delle persone senza nessuno scrupolo, di quelli che passano sopra il cadavere pur di ottenere qualcosa.

Essere disposti a qualunque cosa è una componente della tenacia e della determinazione, ma se manca un’etica di base e la consapevolezza, può diventare una componente della crudeltà più o meno accentuata.

Ri-mordere, mordere di nuovo: è questo che metaforicamente fa la coscienza, quando ci punge, ci azzanna e ci rimprovera per un errore commesso. Ci provoca lo stesso dolore che abbiamo provocato, a volte non rendendoci conto in quel momento.

Capire che abbiamo fatto del male a un’altra persona è forse una delle esperienze più dolorose, che può arrivare fino a provare il terrore. Quando a questo si unisce l’irreparabilità, il rimorso può sfociare anche nei comportamenti autolesivi. Infatti, già i teologi medievali sostenevano che un eccesso di rimorso portasse a compiere azioni a loro volta eccessive, causando più dolore invece di ridurlo.

Il rimorso parte dall’azione – da qualcosa di profondamente sbagliato che abbiamo concretamente fatto o anche solo una parola terrificante che abbiamo pronunciato a chi non lo meritava – e spinge all’azione, generando il desiderio di porre rimedio con un’azione concreta: farsi perdonare, cercare di guarire chi abbiamo danneggiato, riparare il danno con il risarcimento, porre le scuse pubblicamente.

A volte si infligge perfino il danno a sé stessi, inutilmente, pur di alleviare “la coscienza sporca” in grado di togliere sonno.

Quanti suicidi sono stati commessi per non aver saputo convivere con il rimorso di aver provocato la morte altrui?

Quanti criminali hanno confessato spinti dal rimorso?

Quanti personaggi insospettabili hanno rassegnato le dimissioni rivelando dei “scheletri nell’armadio” che forse non sarebbero mai stati scoperti?

Quanti coniugi fedifraghi sono crollati di fronte a qualche domanda sospettosa sull’indizio che hanno lasciato loro stessi con le disattenzioni fin troppo banali?

Quanti si negano la felicità autentica nella vita per il rimorso di aver reso infelice qualcun altro?

Secondo le ricerche dello psichiatra americano Erving Polster, autore del saggio “Ogni vita merita un romanzo”, ciascun essere umano ha una spinta naturale di confessare, di rivelare la verità su sé stesso, di sentirsi intero non nascondendo nessuna magagna.

È una questione del sentirsi in pace con la propria coscienza, anche quando non è ormai possibile porre alcun rimedio al danno causato.

Anche quando non c’è il pentimento (che in fondo fa riferimento più al sistema di regole morali che alla coscienza, quindi è più formale) e anche quando c’è il perdono da parte degli altri, non sempre si riesce a perdonare sé stessi.

Le scelte della nostra vita che producono il rimorso a volte sono prodotto dell’impulsività, a volte dell’ambizione smodata, a volte della mancanza dell’empatia, a volte dell’avidità o della superbia, a volte della paura, a volte dell’opportunismo spicciolo, a volte della debolezza di carattere che apre le porte alla corruzione nei momenti critici che sarebbero stati invece l’occasione di forgiare il carattere se avessimo avuto più fiducia in noi stessi.

In ogni caso, quello che le accomuna è la mancanza di consapevolezza.

Ed è proprio il rimorso la causa ed il segnale del risveglio della consapevolezza.

Non è tanto importante l’aspetto performativo del rimorso, quanto la sua sincerità interiore: l’atto di chiedere scusa non sempre è sincero (a volte può essere strumentale), ma lo è il desiderio spontaneo di fare ammenda, di alleviare la sofferenza causata, e una certa disposizione ad affrontare una penitenza. In fondo, il rimorso è il desiderio di conservare il legame che ci unisce alla persona da noi ferita, in quanto ci rendiamo conto che in realtà siamo tutti in qualche modo collegati ed è impossibile ferire qualcuno senza ferire sé stessi.

In questo senso, anche quando non è più possibile rimediare con chi abbiamo danneggiato, convivere con il proprio rimorso e cercare di fare del bene in maniera disinteressata agli altri, può fare ammenda in qualche modo: contribuisce ad alleviare la sofferenza a li

Come possiamo limitare le scelte che producono il rimorso? Alcuni suggerimenti:

-Nei momenti di rabbia prendere un bel respiro prima di dire qualsiasi cosa e astenersi dal prendere le decisioni;

-Fare lo sforzo di chiedere scusa per le piccole cose: è un allenamento per saper riconoscere l’errore e avere l’umiltà di ammetterlo, che sarà molto utile nelle cose più grandi;

-Chiedersi, prima di fare qualcosa nei confronti di qualcuno: “Mi piacerebbe se qualcuno lo facesse nei miei confronti o nei confronti delle persone a me care?”;

-Chiedersi ogni tanto: “Sto esagerando?”;

-Chiedersi nelle situazioni che coinvolgono altre persone in cui abbiamo un certo potere di influenzarle a loro svantaggio: “Il guadagno che posso trarre ne vale il prezzo che devo o dovrò pagare?”;

-Nel caso in cui non sembra esserci nessun prezzo da pagare, chiedersi: “Davvero è così?”;

-Chiedersi prima di fare qualcosa che sappiamo potrebbe nuocere potenzialmente a qualcuno: “Se sapessi di avere solo un mese di vita, lo farei?”;

-Se ce ne siamo accorti di aver preso la strada sbagliata, ma crediamo che ormai non sia possibile tornare indietro, chiediamo aiuto ad un professionista: a volte un paio di chiacchierate con un coach, un counselor, uno psicoterapeuta o anche un workshop come quello di autostima, può aprire la mente alle alternative e trovare il coraggio di interrompere uno schema comportamentale distruttivo.

Ricordiamoci, è prerogativa della persona con autostima alta riconoscere il proprio errore e mettersi in discussione.

Dormire sonni tranquilli non ha prezzo.

Il verso del Vangelo: “Fa’ agli altri quello che vorresti fosse fatto a te e non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” non è soltanto un dogma di moralismo altruistico: è l’istruzione più sintetica che esista per evitare i rimorsi, che in fondo tutela con una dose di sano egoismo i nostri interessi di benessere interiore, ed è empowerment puro.

E tu? Dormi sonni tranquilli o ti tormentano i rimorsi? Dimmelo nei commenti!

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