Chi di noi non ha mai pronunciato la frase: “Mi è rimasto un trauma da quell’esperienza/persona/luogo/periodo”? Tutti abbiamo almeno un episodio del vissuto che ci ha lasciato il segno nel senso della difficoltà di gestirlo direttamente e indirettamente (intesa come emozioni scaturite da esso).

Si hanno i traumi più disparati, da quelli che riguardano i pericoli di vita o di incolumità, fino a quelli di un amore non corrisposto o di un compleanno a cui non si è presentato nessun invitato, per non parlare delle figuracce varie o gaffe più o meno memorabili. Insomma, traumi sono tanti praticamente quante sono le persone in questo mondo: non esiste nessun essere umano che non ne abbia uno, il suo trauma, che sia segreto e taciuto o sbandierato a quattro venti. Il termine è oggi anche un po’ abusato nel senso che ci sia dell’eccessiva drammatizzazione assolutamente controproducente, in quanto invece di aiutare l’elaborazione e superamento di una difficoltà ne scaturisce il suo aggravarsi soltanto per l’atteggiamento errato.

Perché i problemi, non dimentichiamocelo, sono occasioni di crescita personale e, in fin dei conti, un modo di conoscere se stessi. La quotidianità ne è intrisa per questo motivo.

Ma che cosa è un trauma ovvero un evento traumatico? Per antonomasia è l’evento che mette in pericolo la nostra vita (e quello è, se vogliamo, anche un po’ scontato), ma molto più spesso si tratta di un evento (o la persona, tramite il proprio comportamento) in grado di farci sentire intensamente vulnerabili, precari e impossibilitati di controllare la situazione. Se ci riflettiamo, in fondo si tratta di sentirsi sopraffatti da qualcosa che non si è scelto.

Qualsiasi cosa che ci faccia pensare di avere difficoltà a sopravvivere in conseguenza di un certo evento potrebbe essere vissuto come traumatico, intendendo per “sopravvivere” non soltanto la sopravvivenza fisica, ma soprattutto quella relativa al tollerare una certa emozione o sentimento. Viene da sé l’osservazione che il trauma non sia una condizione oggettiva, ma fortemente soggettiva: ci sono enormi differenze individuali sia nel considerare traumatico qualcosa che nel reagire ad un evento traumatico, non importa se oggettivamente o soggettivamente pericoloso.

Disastri, incidenti, guerre, violenze, abusi, perdite delle persone care per morte, separazione o abbandono, licenziamenti, divorzi, tradimenti, rimproveri, accuse, indifferenze, derisioni, svalutazioni, criticismi, assenze, presenze ingombranti, e perfino apprezzamenti possono essere vissuti come traumatici e scaturire le più svariate reazioni che possono sostanzialmente essere di tipo emotivo e cognitivo.

Tra le risposte emotive la paura è sicuramente quella più frequente, ma ci possono essere dolore, sfiducia, rabbia, vergogna, tristezza, disgusto, sensazione di inadeguatezza, insicurezza, vulnerabilità, di fallimento, di esclusione sociale e così via, mentre per risposte cognitive si formano spesso le convinzioni depotenzianti relative alla vita (come quella che la vita sia troppo difficile, brutta…), a se stessi (la più comune è quella della propria impotenza), alle persone che ci circondano o ad un ambito specifico (per esempio, sulle relazioni sentimentali o sulle proprie capacità in un determinato ambito). A livello di comportamento la reazione più comune verte o sulla tendenza ad isolamento o sulla tendenza ad aggredire.

In ogni caso, tutto ciò che si vive come traumatico di conseguenza incide negativamente sulla propria autostima.
Ora, sappiamo benissimo che sul miglioramento dell’autostima è possibile lavorarci a qualsiasi livello si trovi, e questo indirettamente agevola il lavoro sul superamento del trauma.

Alcune persone superano i traumi con più facilità, altre meno. Le caratteristiche comuni delle persone che hanno più difficoltà nel superamento dei traumi sono due: alto bisogno di controllo e rigidità cognitiva. Entrambe hanno a che fare con la tendenza a rimanere attaccati alla zona di comfort ed evitare di uscirne.

Indice

Vediamo alcuni suggerimenti utili a sviluppare o migliorare la capacità di gestire gli eventi traumatici:

1. Parlare di quel che è accaduto, fuori e dentro di noi. Parlare aiuta a consapevolizzare, dare ordine, fare chiarezza.

2. Esprimere le emozioni e riconoscerle soprattutto dandogli il nome. A volte questa è la parte più difficile.

3. Darsi il permesso e il tempo per provare quel che si prova e riconoscere di aver diritto di sentirsi come ci si sente.

4. Riconoscere quali pensieri ci girano per la testa: qui si nasconde la risposta cognitiva al trauma ed è fondamentale per scoprire la convinzione depotenziante che si è formata in risposta all’evento o si è magari soltanto accentuata perché era già presente. La chiave fondamentale per lavorare sul superamento del trauma sta nella trasformazione della convinzione depotenziante in una convinzione potenziante. Per esempio sostituire la convinzione “È pericoloso per me incontrare le persone nuove” in una convinzione “Ogni persona nuova che conosco mi porta qualcosa di buono nella vita”.

5. Sviluppare la flessibilità uscendo dalla zona di comfort quotidianamente almeno in una piccola cosa, ovvero fare ogni giorno qualcosa in modo diverso.

6. Sviluppare la capacità di accettare e lasciar andare le cose sulle quali non possiamo influire.

7. Praticare la gratitudine, trovando ogni giorno i motivi per cui essere grati, anche più piccoli e banali.

8. Praticare il perdono, tenendo presente che non si tratta di un “favore” che facciamo a chi ci ha danneggiati ma di un dono che facciamo a noi stessi, liberandoci dal risentimento dannoso soltanto per noi, e del fatto che il perdono sia un processo e non un unico gesto, ed è quasi impossibile riuscire a farlo in un colpo solo.

9. Rinunciare al perfezionismo, accettando che la strada della vita a volte sia accidentata e non una superstrada.

10. Coltivare la consapevolezza che tutto abbia un senso e un giorno troveremo il senso dell’accaduto.

E tu, come reagisci alle sfide personali sotto forma di traumi? Hai qualche altro suggerimento da aggiungere? Dimmelo nei commenti!

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