Sentirsi sempre stanchi, tesi, nervosi, irritabili, frustrati, affaticati oppure apatici, demotivati, incapaci di mantenere la concentrazione, costantemente preoccupati, logorati o facili al pianto: sono solo alcuni dei segnali che potrebbero indicare lo stato di esaurimento tipico a seguito di uno stress prolungato o di una fatica sopportata troppo a lungo. “Non ce la faccio più!” è di solito la frase che l’accompagna, qualche volta non detta ad alta voce ma comunque pensata.

A dire il vero, il burnout spesso passa inosservato nel senso che viene interpretato come un mero “calo di prestazione”, un “non essere in forma” o, anche peggio, come un inspiegabile “capriccio” , svogliatezza o addirittura indisciplina; insomma, come un ingiustificato e imperdonabile venire meno all’efficienza, quasi un peccato grave nella società che venera l’efficienza, come la nostra.

Infatti, è in costante e graduale aumento tra i lavoratori dei paesi occidentalizzati.

La sindrome di burnout è associata al contesto lavorativo, e in quell’ambito è stata maggiormente esplorata, ma è tutt’altro che confinata esclusivamente ad esso.

E non va sottovalutato.

Il termine burnout, di origine inglese, che si può tradurre come “bruciato”, “scoppiato”, “esaurito”, per la prima volta è stato usato nel 1930 nel mondo dello sport, per indicare l’incapacità di un atleta di ottenere ulteriori risultati dopo alcuni successi, o di mantenere quelli acquisiti.

Viene definita come una sindrome di esaurimento emotivo correlato all’attività lavorativa.

Dal maggio 2019, il burnout è riconosciuto come “sindrome” ed elencato nell’11esima revisione dell’International Classification of Disease (ICD), il testo di riferimento globale per tutte le patologie e le condizioni di salute.

Nonostante abbia alcuni sintomi in comune, non bisogna confonderlo con il disturbo post-traumatico da stress, disturbi d’ansia, disturbi dell’adattamento o disturbi dell’umore, fra cui la depressione.

Non va confuso neanche con lo stress acuto, di un temporaneo aumento dello sforzo, della richiesta e della mole di attività da gestire.

È legato alla presenza dello stress cronico e persistente.

Generalmente è considerato un fenomeno riconducibile a stress-lavoro correlato quale fenomeno occupazionale e non viene contemplato nell’ambito familiare (considerandolo in tal senso semplicemente uno stress cronico).

Questa divisione non è concettualmente del tutto corretta, ovvero è in errore in quanto dimostra di non considerare un lavoro quello che viene svolto nell’ambito casalingo.

Un lavoro non cessa di essere un lavoro soltanto perché non regolato contrattualmente, come ad esempio quello di casalinga, quello del genitore o quello di cura di un familiare bisognoso per condizioni di salute fisica o psicologica.
Inizialmente, la sindrome del burnout è stata correlata alle professioni di aiuto, ovvero le professioni sanitarie e assistenziali che prevedono un contatto con le persone o professioni relative alla sicurezza pubblica ed alla gestione delle emergenze: infermieri, medici, insegnanti, assistenti sociali, operatori per l’infanzia, poliziotti e vigili del fuoco.

Ma successivamente è riconosciuta la correlazione a qualsiasi contesto lavorativo in cui esistano forti condizioni stressanti e pressanti (le posizioni di grande responsabilità lavorativa) o implicazioni relazionali molto accentuate (es. avvocato, ristoratore, politico, impiegato front office, ma anche psicologo, nonostante avesse più strumenti per fronteggiarlo).

Questa forma di esaurimento può comparire in presenza di ritmi intensi, le richieste pressanti e la responsabilità lavorativa quando vengono combinati con la tendenza ad identificarsi con la propria professione, determinando un grande investimento di energie e risorse.

Infatti, nell’ambiente di casa si trova una condizione di fortissima identificazione sia con il ruolo che si svolge che con le persone implicate, molto più intensa di qualsiasi ambiente lavorativo. Inoltre, è più frequente mancato riconoscimento del risultato (sia sociale, che economico), assenza di equità (che favorisce soddisfazione e motivazione), presenza di qualche forma di molestie psicologiche talmente subdole da non essere neppure percepite.

Questi fenomeni sono presenti anche nell’ambiente lavorativo, ma è più facile gestirli per via di un minore coinvolgimento.

Non è un caso che, secondo le evidenze, le donne sono più esposte degli uomini al pericolo di soffrire di burnout.

Le caratteristiche di personalità più esposta a rischio di burnout sono: tendenza a porsi obiettivi alti, tendenza all’abnegazione, motivazione ed aspettative elevate, perfezionismo, concetto di sé come indispensabile, personalità introversa, ma anche quella autoritaria.

Quando un ruolo è investito di carico eccessivo di lavoro, mancanza di autonomia per gestire le risorse o processi, attività inadeguate rispetto alle competenze, valori contrastanti, difficili interazioni, frequenti conflitti, bassi livelli di supporto, comunicazione insufficiente, a lungo andare può favorire l’insorgenza del burnout.

La percezione è quella di diventare sempre meno efficiente, nonostante si impegni di più nelle proprie mansioni.

I sintomi del burnout possono essere vari:

psicologici e comportamentali (mancanza di iniziativa, difficoltà a portare a termine i compiti, ridotto interesse verso il proprio lavoro, difficoltà nelle relazioni, demotivazione, assenteismo, senso di frustrazione, rigidità di pensiero, depersonalizzazione, cinismo e atteggiamento colpevolizzante);

emotivi e cognitivi (difficoltà di concentrazione, bassa autostima, senso di colpa, rabbia e risentimento, irritabilità e nervosismo, pianto frequente, indecisione, disattenzione, difficoltà a pensare in modo chiaro, mancanza di creatività, preoccupazione costante);

fisici (stanchezza, insonnia, tachicardia, mal di testa, nausea, inappetenza, problemi digestivi, senso di soffocamento, tremori, sudorazione alle mani, mal di schiena e tensioni muscolari, vertigini, ipertensione, disturbi sessuali o riproduttivi).

Generalmente, la persona affetta da burnout avverte senso di esaurimento o depauperamento delle proprie energie.

L’esaurimento emotivo è il sintomo centrale del burnout e consiste nella sensazione di essere svuotati e annullati. Le persone colpite si sentono sfinite sul piano emotivo, fisico e mentale.

Cosa si può fare per prevenire o contrastare burnout? Ecco 6 suggerimenti:

1.Organizzare l’attività diversamente

Qualora sia possibile farlo oppure influire su ciò se qualcun altro decide sulle attività che svolgiamo noi, per esempio stabilendo degli obiettivi più realistici, condividendo una parte dei compiti o facendo più pause;

2.Dormire più possibile

Sembra banale, ma certe volte è proprio il riposo fisico il fattore preponderante, soprattutto quando non è possibile diminuire il carico di lavoro perché non dipende da noi. Inoltre, il sonno è in grado di favorire il cambiamento dell’atteggiamento mentale ed emotivo;

3.Farsi aiutare da un professionista

Senza dubbio quando stai per annegare, hai bisogno di qualcuno che ti aiuti e non c’è nulla di male! Che sia un coach, counselor, psicologo potrà insegnarti a gestire alcuni atteggiamenti: incapacità di dire no, eccessiva abnegazione, eccessiva identificazione (sia con il ruolo che con i bisogni della persona a cui prestiamo servizio), bassa autostima, gestione dello stress, capacità di comunicare in maniera adeguata;

4.Variare la routine

Qui mi viene in mente l’aforisma di Paulo Coelho “Se pensi che l’avventura sia pericolosa, prova la routine. È letale.”, che sottolinea l’importanza della soddisfazione di uno dei bisogni dell’essere umano, quello della varietà. Nella nostra società il bisogno di sicurezza è spesso sopravvalutato, a discapito di quello della varietà (tranne nel comportamento consumistico);

5.Apprendere ed applicare tecniche di rilassamento fisico e mentale

Non è necessario meditare nella posizione del loto, basta imparare a prendere ogni tanto dei respiri profondi (specialmente nei momenti di tensione acuta), oppure danzare (da soli o in coppia non importa), fare una passeggiata o una doccia calda, ma anche ascoltare la musica che ci “rallenta” ritmicamente;

6.Ascoltare il corpo

La tensione come conseguenza dell’incapacità di gestire lo stress è quasi sempre mentale, e quindi necessitiamo di affidarci alla saggezza del corpo che sa perfettamente cosa ci fa stare meglio, se lo lasciamo fare.

E tu, sai gestire il burnout? Raccontami nei commenti!

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