Nella nostra cultura è stato Caino, ricordato come il primo assassino, a gridare vendetta e a farsi giustizia da solo contro il fratello Abele.

Nelle “Nozze di Figaro” di Mozart la vendetta è cantata dal personaggio Bartolo come un piacere serbato ai saggi: “Con l’astuzia, con l’arguzia, col giudizio, col criterio”…decisamente più diplomatico di Caino, ma non meno desideroso di farsi giustizia per il torto subìto.

È un sentimento che conosciamo tutti: la voglia di riscattarci dopo un affronto o ingiustizia, la volontà di riaffermare il nostro valore messo in dubbio dalle azioni poco corrette degli altri, intenzionalmente o meno.

Generalmente quando ci sentiamo impotenti di risolvere diversamente una situazione che ci fa sentire parecchio frustrati in una relazione di qualsiasi tipo, ciascuno di noi è stato almeno sfiorato dal pensiero di vendetta (come minimo, nell’augurare che alla persona capiti di vivere la stessa situazione, magari con l’intensità doppia)…insomma, l’imperativo è: l’altro deve soffrire quanto stiamo soffrendo noi!

Questo stato d’animo può essere vissuto come un momento episodico nella vita e in molti casi solo immaginare una vendetta può bastare a sentirsi alleggeriti, ma in alcune persone può assumere le dimensioni dell’obiettivo unico della loro esistenza. Il riscatto, il risarcimento di qualcosa che nel passato ci è stato tolto (o percepito così) può diventare un bisogno intransigente, nella speranza di ristabilire un equilibrio interiore.

Per alcuni, più passano i giorni e i mesi da quell’evento che li ha feriti, il tempo non guarisce: invece di sentirsi meglio, è un lento peggioramento, è una sofferenza senza fine, un dolore persistente. E allora, nel tentativo di trovare soluzione per sfuggire al dolore, un nuovo sentimento prende forma e trova espressione nei pensieri del tipo: “Io devo vendicarmi, DEVO altrimenti non riesco più a vivere!”.

Il grido, che è contemporaneamente di aiuto e di vendetta.

Fa parte di un meccanismo sano di ristabilire il benessere psichico. La pace interiore. Che evidentemente si fa fatica a ristabilire.

In realtà è un’espressione di rabbia, che può diventare incontenibile. L’ira, che prende la forma del grido di vendetta, è la manifestazione dell’intollerabilità del malessere.

Con il termine ira (anche furia, collera o rabbia) si indica uno stato psichico alterato, suscitato da elementi di provocazione capaci di rimuovere i freni inibitori che normalmente vivono in una persona. Si prova una profonda avversione verso qualcosa o qualcuno, ma in alcuni casi anche verso se stessi.

La parola vendetta proviene dal latino vindicta, col significato di «rivendicazione, liberazione, castigo», che può essere definita come “danno materiale o morale, di varia gravità, che viene inflitto privatamente ad altri in soddisfazione di offesa ricevuta, di danno patito o per sfogare vecchi rancori; castigo, punizione”.

Nella mitologia greca, le Erinni sono le personificazioni femminili della vendetta (Furie nella mitologia romana), che erano anche indicate con altri epiteti, come Potnie (“venerabili”), Manie (“folli”) e Ablabie (“senza colpa”). Le Erinni sono tre sorelle: Aletto (“colei che non riposa”, “colei che non dà requie”), Megera (“l’invidiosa”) e Tisifone (incaricata di castigare i delitti di omicidio, di soppressione di una vita umana a opera di un altro essere umano).

Diciamo che la mitologia in poche parole ci offre la descrizione efficace di sintomatologia del sentimento di vendetta, effettivamente presente in misura variabile in una persona che grida vendetta.

Nella quotidianità intorno a noi vediamo cosa può scaturire la scoperta un tradimento subìto: dalle scenate plateali al danneggiamento (sempre plateale) del veicolo dell’infedele, dei vestiti, della casa, della reputazione e così via, fino al danno arrecato a sé stessi (per esempio buttarsi in una storia con qualcuno per cui non si prova alcun sentimento). Tutti comportamenti che magari possono dare una certa soddisfazione in un primo momento, ma di certo non cancellano l’amarezza e lasciano comunque il vuoto.

Il sentimento di vendetta scaturisce da un desiderio di farsi giustizia generato da un impulso volitivo che segue al rancore, al risentimento. Il risentimento (o rancore) è un sentimento dato da un misto di rabbia e desiderio di rivalsa, protratto nel tempo, che si prova come conseguenza di un torto o frustrazione subita, reale o immaginaria. In realtà è un sentimento sociale (ci vuole qualcuno a cui indirizzarlo), che include certe dinamiche relazionali ed è emotivamente disturbante, soprattutto perché tende ad essere provata nuovamente o rivissuta nella mente.

Quando una persona prova risentimento verso se stessa si parla di “rimorso”, non meno emotivamente disturbante, che altrettanto può scaturire il sentimento di vendetta indirizzato verso sé stessi, molto più difficile da “diagnosticare” e per questo potenzialmente più distruttivo.

Nella mente di colui che grida vendetta c’è solo una volontà: di “pareggiare i conti” con la persona che è stata causa della sua sofferenza o fastidio in quanto ha inflitto un torto (che può essere reale o presunto). Il vissuto è sempre soggettivo. Pensiamo solo al desiderio di vendetta di Salieri, dove il torto presunto inflitto da Mozart nei suoi confronti era la sua indiscussa bravura. Nella quotidianità, se osserviamo attentamente, possiamo accorgerci di quante piccole vendette sono indirizzate alle persone che hanno l’unica colpa di saper essere felici o di avere raggiunto successo.

Possiamo distinguere diversi tipi di vendetta:
– Vendetta in seguito a sofferenze: la persona ha sofferto e vuole far provare la stessa sensazione a colui che l’ha fatta soffrire, o per regolare i conti o per far capire il dolore provato affinché non si ripeta più;
– Vendetta in seguito a torti subiti: la persona si sente trattata peggio di quanto pensa di meritare e ripaga allo stesso modo, a volte “rincarando la dose”;
– Vendetta per onore: spesso è solo una questione di principio, e non di dolore vissuto, rigurada più l’orgoglio, e la vendetta è più che altro esemplare e intimidatoria;
– Vendetta di massa: la persona che ritiene di aver subìto nell’arco della sua vita troppi torti e tende a “far pagare” tutti senza distinzioni (e questo può variare dal comportamento di semplice isolamento alle vere e proprie stragi omicide);
– Vendetta passiva: le strategie come ignorare la persona in questione (in quanto manifestare la rabbia nei suoi confronti contribuisce a tenerlo in una posizione dominante, mentre essere ignorati può avere l’effetto molto più frustrante), comportarsi come se il torto subìto non avesse provocato nessun effetto (anzi, lavorare per essere una persona vincente in generale o in un ambito), escludere la persona dalla propria vita (anche bloccando il suo profilo sui social network, invece di scambiarsi i messaggi offensivi), rifiutarsi di aiutare la persona quando ha bisogno di aiuto, o vantarsi con la persona come le cose ci vadano bene, possono tutte sortire un effetto di “pareggio dei conti”;
– Vendetta attiva: può avere le più svariate espressioni dal ricorrere a vie legali, entro il buonsenso e i limiti di legge (altrimenti può sortire un effetto boomerang e scaturire una serie di vendette a catena), minimizzare gli sforzi e i successi della persona in questione, sabotarla nei suoi tentativi, fino a “giocare sporco” e scatenare una vera e propria guerra nei confronti della persona che ha fatto torto/danno.

Ci sono comunque dei limiti che non bisognare mai superare anche quando si parla di vendetta, che porta in sé una carica passionale.

Ma quanto effettivamente può essere utile la vendetta? Tutto sommato, costa parecchia fatica, qual è il guadagno? A seconda della situazione, può generare diverse emozioni:
– Sensazione di appagamento: la persona si sente soddisfatta di essersi vendicata e gratificata da un senso di giustizia, che può anche risultare con un proseguimento dei rapporti con la persona che l’ha offeso per prima, in un clima di parità.
– Rimpianto: la persona può pentirsi di essersi vendicata rendendosi conto del male che ha creato a sua volta.
– Futilità: la persona prova un senso di vuoto, si rende conto che la sua vendetta non ha cambiato la sua situazione, non prova più bisogno di vendicarsi, ma può provare l’apatia o perfino la depressione.

Una sensazione di conti pareggiati può essere il presupposto di rinascita del rapporto tra l’offeso e l’offensore, e in questo senso può essere benefica, sempre che non scaturisca nell’altra persona il desiderio di vendicarsi della vendetta. Ma l’aggressività repressa a lungo a volte non ci permette di aprire il nostro cuore alla reciproca comprensione. E se il pensiero di vendetta diventa un’ossessione può rovinare la vita, a volte lo coltiviamo perché siamo erroneamente convinti che la vendetta renda consapevole il nostro nemico dell’ingiustizia che ci ha fatto o di quel che ci deve a nome di risarcimento, a volte perché il coltivarlo è diventata un’abitudine di cui non sappiamo disfarsene.

In ogni caso, il tormento del desiderio di vendetta ci rende infelici perché, fissando la nostra attenzione sulle ferite del passato e su ciò che è esterno a noi, ci impediamo di vivere pienamente e liberamente il presente. Così il dolore diventa permanente.

Bisogna stare attenti ai campanelli d’allarme che avvisano di aver superato la soglia critica e i pensieri di vendetta stanno diventando pervasivi: quando si presentano alla mente più o meno ogni giorno, quando irrompono nel fluire dei pensieri, quando occupano molta attenzione ed energia mentale, quando assumono le sfumature sadiche, quando aumentano il rancore facendo restare la mente sempre più ancorata al passato, quando i contenuti sono spropositati rispetto al torto che si è realmente subìto.

L’effetto, se non si interviene, è l’aumento della carica aggressiva fino al punto di scagliare la rabbia o contro se stessi (per esempio attraverso le emicranie, malattie autoimmuni o autopunizioni) o contro gli altri, con la messa in atto della vendetta.

L’autrice americana di bestsellers Laura Hillenbrand, focalizzata sui temi di riscatto e resilienza dice a tal proposito: “Il paradosso del sentimento di vendetta è che ti rende dipendente da chi ti ha fatto del male, facendoti credere che ti libererai dal dolore solo quando farai soffrire i tuoi persecutori”.

Invece si rischia, vivendo per la vendetta, di fare scelte lontane dalla propria vera natura, di non potersi mai rilassare, di sviluppare astio, rabbia e invidia verso chi è felice e sereno.

Finché le fantasie di vendetta sono sporadiche e passeggere, accettarle e osservarle può esserci utile: rivelano qualcosa in più su noi stessi, sulla nostra parte ombra (la parte nascosta e repressa), e spesso sulle nostre ferite provenienti dal passato anche molto lontano.

Ecco, questa è la vera funzione creativa del bisogno di vendetta: indica un nostro punto debole, che merita attenzione e approfondimento.

Se c’è una ferita da curare, curiamola. Se c’è un lato di noi che non accettiamo, dedichiamoci a scoprirlo. Se c’è un atteggiamento che abbiamo bisogno di correggere ed ampliarne un altro (per esempio, essere più coraggiosi nelle scelte), rivolgiamoci a qualcuno che può aiutarci a fare chiarezza e mettere in moto in cambiamento.

Tutto è utile: dalle chiacchierate con un amico sincero, ai libri sulla psicologia pratica, dai corsi sull’autostima o sullo sviluppo delle abilità particolari, alle sessioni individuali con un coach, counsellor, psicologo o psicoterapeuta. Sfruttiamo il disagio a nostro vantaggio!

In tutto ciò, il perdono è la parte fondamentale del lavoro da svolgere, anche se un gesto non facile da compiere.

Alcuni riescono a fare abbastanza agevolmente questo gesto, molti altri fanno una gran fatica: c’è chi dice di aver perdonato e al contrario sta accumulando il crescente malessere psicofisico, chi non potrà mai perdonare l’affronto ricevuto, chi alterna momenti in cui tutto sembra passato ad altri in cui ci sono rigurgiti di risentimento; chi vorrebbe tanto riuscirci e lasciar andare tutto ma proprio non ci riesce.

In ogni caso, è l’evento di rottura che pone chi ha subìto in una posizione difficile, poiché lo chiama a trovare in una situazione dolorosa una soluzione che lo faccia stare bene, una via alternativa alla violenza percepita e suscitata come reazione.

Stati d’animo difficili, quanto lo è il tormentoso pensiero di vendetta, possono essere utilizzati per comprendere meglio se stessi, per interrogarsi su che cosa di insoddisfacente si aggroviglia dentro di sé e ci impedisce di gustare la tranquillità interiore. È un percorso, se vogliamo, che conduce dall’inferno al paradiso.

È necessario separare il dolore e la rabbia che si prova dal torto subìto, dall’accaduto. Riconoscere ed accettare il dolore separandolo da ciò che è accaduto permette di scioglierlo poco alla volta. Quanto più il rancore sfuma, tanto più subentra la pace.

Tertulliano, il più geniale e poliedrico scrittore della letteratura cristiana intorno agli anni 200 d.C. diceva:
“Vuoi essere felice per un istante? Vendicati! Vuoi essere felice per sempre? Perdona!”

E per finire, una considerazione un po’ irriverente di Carlo Gragnani: “Il perdono è la migliore vendetta. Il rovesciamento della frase ne mette in luce un senso inusitato ma vero: il perdono deriva dalla poca considerazione in cui l’offeso tiene l’offensore”.

E tu, hai mai gridato vendetta? Dimmelo nei commenti, magari dopo aver ascoltato il brano “Vendetta vera”:

Grido di vendetta
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