Il periodo di isolamento, che sta stravolgendo il nostro rapporto con il tempo, mette la maggioranza di noi di fronte alla riduzione drastica delle cose da fare o comunque di fronte ad una modalità diversa. Molte cose, poi, non le facciamo perché non ci sono altre persone che possano osservarle. Ci rendiamo conto quante cose nella nostra vita sono legate all’esistenza di altri intorno a noi, senza i quali non hanno senso.

Le domande che sorgono, più inconsciamente che consapevolmente, sono tante.

Chi sono io, se non faccio le cose che faccio abitualmente?
Chi sono io, se non faccio nulla?
Cosa vuol dire soltanto esistere, senza dover fare qualunque cosa?
Che senso ha la mia vita, anche se non produco nulla?
Se non ho nulla che DEVO fare, cosa voglio?
Che cosa mi dà davvero piacere?
Se non ho le priorità determinate da qualcun altro, quali sono le mie priorità?
Cosa è quello che conta davvero per me?
Che cosa ha il valore per me, e che non sia legato all’acquisto di qualcosa o al raggiungimento di uno status?
Se non volessi fare le cose importanti, cosa vorrei fare?

Si potrebbe allungare di molto l’elenco delle domande di questo genere, molto semplici, a cui la maggioranza di noi fa fatica a rispondere. In fondo, sono le domande che qualunque bambino in età prescolare si pone. Pochi bambini le condividono con gli adulti, anche perché a seguito di qualche tentativo di farlo di solito vengono liquidati bollandole come stupidaggini. Invece sono le domande molto sagge. Di solito, dopo che ci siamo fatti un’idea su qualcosa, o meglio, dopo che abbiamo accettato qualcosa proposto da altri come valido, chiudiamo la nostra mente per altro e cominciamo a funzionare con il “pilota automatico”. Diamo le cose per scontate perché “si fa così” o perché “tutti lo fanno” o perché “bisogna farlo”.

Molte volte la sensazione dell’infelicità proviene dall’essere assorbiti dal dovere e spendere il proprio tempo facendo qualcosa che in realtà non ci interessa minimamente, dimenticandoci col tempo quali sono le cose che ci interessano davvero.

Si parla molto della semplicità, ma mettere in pratica l’essere semplici è molto difficile per un essere umano contemporaneo.

Fare un elenco delle esperienze che davvero vogliamo, fuori da ogni dovere, può essere terapeutico e rivelarci di noi i lati che non conosciamo. Avere il desiderio di guardare le nuvole sdraiati sul prato, ascoltare il fruscio delle foglie stando seduti sotto l’albero, toccare l’erba, cantare sotto la pioggia, camminare scalzi in un posto dove non l’abbiamo mai fatto, parlare con una persona totalmente sconosciuta dei propri sentimenti, abbracciare un animale…qualsiasi cosa, anche la più bizzarra. Volere qualcosa soltanto per il gusto di provare una sensazione, fare un’esperienza. Apprezzare la vita soltanto perché è la vita.

Una progettualità slegata da qualsiasi dovere, quasi un manifesto di “chi sono io quando non mi guarda nessuno”.

Trovarsi davanti ad un foglio bianco per rispondere alle domande di questo tipo può inizialmente spaventare, quasi come se fosse il “blocco dello scrittore” prima di iniziare un romanzo. Ma vale la pena tentare, fosse anche solo per vedere che emozioni ci suscita. E poi, potrebbe magari nascere una storia interessante. Provare per credere.

Aspetto con curiosità di leggere nei commenti i tuoi risultati di questo esperimento!

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