scritta chi si accontenta gode così così con un pianoforte che aspetta di essere suonatoQuasi come una ricetta per la felicità, “Chi si accontenta gode” è uno dei detti popolari più diffusi e spesso pronunciati, specialmente nei confronti di coloro che “hanno troppi grilli per la testa”, con l’intento e il risultato di scoraggiare le aspettative alte nei confronti della vita o di un singolo argomento.

In sostanza, “non puoi avere quello che sogni e smettila di sognare e di voler raggiungere i tuoi obiettivi fuori dalla norma”. Infatti, questo è il motivo per cui molte persone si sentono più o meno turbate e infastidite da questa frase.

In realtà, quest’accezione ha preso il sopravvento rispetto ad altra, decisamente più costruttiva, che la Legge dell’Attrazione annovera tra i passi fondamentali nell’arte del creare la propria vita: quella di saper apprezzare tutto ciò che al momento ci circonda, al fine di agevolare il raggiungimento dei nostri sogni o degli obiettivi ancora più sfidanti nei confronti della norma.

Ma vediamo di snocciolare questi due significati, diametralmente opposti, dal momento che la cosa importante sia quale accezione daremo noi tutte le volte che la frase ci verrà indirizzata, col risultato incoraggiante o scoraggiante su di noi.

La parola accontentare proviene dall’aggettivo latino contĕntus, participio passato di «contenere», con il significato di «contenuto; pago di qualche cosa, appagato, soddisfatto di quanto si fa o si riceve; permettere, acconsentire». È chiaro che il significato del “contento” sia incoraggiante: sentire la soddisfazione ed appagamento per tutto quel che abbiamo nella vita, “contare le benedizioni” è il miglior presupposto per raggiungere altro a cui aspiriamo.

Ma nella parola “accontentarsi” c’è un problema: il prefisso a- che di fatto stravolge la parola e il suo significato, spostandolo all’opposto, stando a significare l’assenza. Infatti, prendiamo in esempio le coppie di parole come “sociale-asociale”, “morale-amorale”, “afettivo-anafettivo”…ed ecco che si spiega cosa ci irrita nella parola “accontentarsi”: non significa essere contenti, appagati, soddisfatti – significa non esserlo (mentre si pretende da noi di fare finta di esserlo); significa accettare di meno di quel che abbiamo chiesto alla vita.

Questa piccola differenza nella nostra mente ha una grande risonanza, dal momento che lo stato emotivo prodotto è ben diverso: quando ci sentiamo contenti vibriamo di soddisfazione, quando ci accontentiamo vibriamo di insoddisfazione.

Accontentarsi di poco, limitarsi, non chiedere altro sono espressioni che associamo all’essere in qualche modo perdenti (e il non accontentarsi lo associamo all’essere persona tendente al meglio).

Ma attenzione, qui c’è un passaggio importante: per aspirare al meglio, all’eccellenza, è necessario avere la capacità di essere contenti di quello che abbiamo già raggiunto, accettarlo pienamente, anche se non è ancora il livello finale a cui aspiriamo (festeggiare i successi, essere grati per persone che fino a quel momento sono state al nostro fianco, esperienze vissute e i vantaggi ottenuti…); in pratica godere del presente.

Nell’essere contenti c’è l’apprezzamento del presente, nell’accontentarsi c’è la svalutazione (spesso a livello inconscio, poiché siamo inclini a “convincere” se stessi di stare bene in una situazione quando questo non è vero).

Se siamo contenti, permettiamo di ricevere ancora di più di quello che ci dà soddisfazione (c’è energeticamente un’apertura verso l’appagamento), se ci accontentiamo, generiamo insoddisfazione, e quindi possiamo permettere soltanto che ci arrivi ulteriore insoddisfazione (c’è energeticamente un’apertura verso la frustrazione).

Essere contenti implica ulteriore aspirazione, accontentarsi implica rinuncia.

Il verbo godére [proveniente dal latino gaudēre], ha il significato di “provare il sentimento di intima soddisfazione che viene dal possesso o dalla contemplazione di un bene spirituale o materiale e dalla coscienza di tale possesso”, che, guarda caso, ha più o meno lo stesso significato dell’essere contenti.

Accontentarsi dunque emotivamente è lontano dall’essere contenti.

Accontentarsi implica frustrazione e rinuncia ad inseguire i propri sogni, essere contenti implica gioia e sana ambizione di rendere la vita più vicina a quel che sogniamo.

Accontentarsi ci attrae in modo sinistro perché fa coppia con la paura del cambiamento e del rischio, fa coppia con la zona di comfort, fa coppia con la riluttanza di affrontare le nostre paure – e quindi diventa una comoda scusa.

Accontentarsi di una relazione non perfetta ci può sembrare la migliore opzione, ma la psicologia stessa ci dice che non lo è mai.

Non si può trovare soddisfazione intima nel vivere in modo mediocre, se abbiamo dei sogni nel cassetto, di qualsiasi ambito si tratti.

Questi due aforismi aiutano a riflettere sull’accontentarsi:
“Non accontentatevi di una vita che è meno di quello che siete capaci di vivere.” (Nelson Mandela)
“Se pianifichi di essere meno di quanto sei capace di essere, ti avverto che sarai profondamente infelice per il resto della tua vita.”  (Abraham Maslow)

E tu? Quanto ti accontenti e quanto ti senti contento/a? Raccontami nei commenti!

Chi si accontenta gode?
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