La nostra è innegabilmente una società basata sul materialismo.
Questo si traduce sostanzialmente nell’approccio seguente:
1. La materia viene considerata il principio di tutto il reale – quindi regnano gli atteggiamenti del tipo: l’essere umano consiste soltanto nel corpo fisico, quel che non può essere toccato non esiste (non è reale), e i fattori economici sono determinanti nella vita e nella società (con conseguenti scelte basate solo su questo criterio);
2. Nella vita hanno valore e sono da ricercare solo i beni materiali e i piaceri fisici/sensoriali – questo culmina nell’edonismo, secondo cui il fine esclusivo della vita è rincorrere il piacere sensoriale o, nell’ambito economico, raggiungere il massimo profitto con il minimo sforzo possibile.
Questa visione della vita ha molteplici conseguenze pratiche, di cui alcune: identificazione eccessiva con il proprio corpo, l’approccio esclusivamente materiale alla cura, scarsa conoscenza e consapevolezza del proprio mondo interiore, negazione dei fenomeni relazionali e del mondo dei valori, analfabetismo emotivo, importanza eccessiva attribuita ai beni materiali (persino identificazione con essi), scelte in tutti gli ambiti della vita condizionate dal criterio materiale o edonistico, l’incapacità di accettare la fragilità insita nella vita e negli esseri viventi.
A lungo andare questo può diventare la fonte di disagi e di malessere, in tutte le età.
E a un certo punto abbiamo una vaga sensazione che non è tutto qui, nel lato materiale dell’esistenza.
La prigione del mero materialismo
Per uscire fuori da una specie di prigione che col tempo crea questo atteggiamento, sarebbe sufficiente farsi quotidianamente la domanda “Chi sono io oltre il mio corpo?”.
Le risposte che prima o poi arrivano potrebbero essere rivelatorie, nel senso che potrebbero rivelarci quanto il lato spirituale, quello invisibile, componga la nostra esistenza. Non è la religione, è la consapevolezza della complessità della vita. Che il mero approccio materiale riduce a una sola dimensione.
La realtà ha una parte materiale e una parte immateriale.
Le risposte molto spesso consistono in altre domande, che scaturiscono una dopo l’altra: Cosa sono i miei pensieri e da dove provengono? Non posso toccarli, ma esistono eccome.
Perché i pensieri hanno il potere di influire sulle cose, anche se non sono materiali? Chi è che prende le mie decisioni? E in che modo?
I miei sentimenti ed emozioni fanno parte del mio corpo o no? Dove dimorano? Anche se non posso toccarle, esistono, e mi toccano (e lo sento anche fisicamente).
Perché le sensazioni di piacere, date dagli stessi stimoli, non sono sempre le stesse? Perché il mio stato psicologico influenza le mie azioni? Non dovrebbe, se sono solo il corpo. Non dovrebbe, perché non è materiale.
Da dove si crea la vita? Perché nei momenti drammatici della vita non mi rivolgo a nulla di materiale, ma a qualcosa di invisibile?
Il coach come guida attraverso l’invisibile, per cambiare il visibile
Le domande sono infinite, quanto è infinito lo spazio oltre la materialità visibile.
Il lavoro di un coach spesso consiste nell’aiutare la persona che si è imbattuta in una problematica difficile nella propria vita oppure vuole migliorare un ambito o raggiungere un obiettivo, e non riesce attraverso il solito approccio basato esclusivamente sul materialismo.
Attraverso le domande giuste, cioè la maieutica, il coach aiuta ad andare oltre. Oltre le azioni ripetitive, oltre le proprie visioni limitate, oltre le proprie convinzioni limitanti, oltre le emozioni che non si riescono ad affrontare, oltre i pensieri ripetitivi.
Un problema creato in una dimensione si può risolvere soltanto uscendo al di là di quella dimensione.
L’eccellenza si raggiunge andando oltre la mera azione fisica. Ne sanno qualcosa i migliori campioni, che, oltre ad allenare il corpo, allenano il lato invisibile di se stessi. Ne sanno qualcosa le persone di grande successo con carriere incredibili, che lavorano sul proprio lato spirituale per raggiungerlo. Lo sanno i “miracolosamente guariti” che hanno contattato i lati di sé trascurati. Lo sanno le coppie inossidabili che hanno coltivato, oltre l’unione basata sul piacere fisico, gli aspetti non fisici del rapporto (comunicazione, emozioni, valori, visione).
Possiamo allargare il proprio campo di azione fisica (materiale) attraverso l’allargamento della propria consapevolezza del campo non fisico (spirituale).
Siamo esseri che vivono in un corpo materiale immersi in un mondo materiale. Ma siamo mossi da forze non materiali. Ben venga l’edonismo materiale e il piacere sensoriale, se accompagnato dal contatto con la dimensione invisibile di essi.
Integrare il lato materiale e il lato spirituale (immateriale) dell’esistenza è la base di una vita appagante e proiettata verso la continua evoluzione. La crescita personale passa attraverso la crescita di entrambe le dimensioni di noi stessi.
E tu, sei consapevole dell’importanza di unire i due lati, visibile ed invisibile? Dimmelo nei commenti!
