La vita, per essere vissuta in modo soddisfacente, richiede sia la capacità di stabilire la vicinanza, sia la capacità di distanziarsi.

Vale per tutti gli ambiti: la famiglia, le relazioni affettive e soprattutto romantiche, i rapporti lavorativi, i nostri obiettivi, i sogni che inseguiamo, il passato che abbiamo vissuto, persino gli oggetti di cui ci circondiamo.

E’ una continua danza tra l’unione con il mondo e la nostra individualità, che plasma il nostro modo di esserci, la nostra identità.

Mentre è più facile e piacevole creare l’unione (sia con gli esseri umani che con le idee o le emozioni), è dificlissimo separarsene. L’uno è il piacere, l’altro dolore.

Per gli esseri umani distaccarsi e lasciar andare è una delle cose più difficili, ma nello stesso tempo più indispensabili per poter evolvere.

Pensiamo alla gravidanza ed alla necessità del distacco tra madre e feto, per nove mesi tutt’uno, per poter dare l’inizio alla nascita di una nuova vita autonoma e contemporaneamente liberare il corpo della madre da un carico che andando a lungo porterebbe alla morte di entrambi.

Pensiamo al distacco che avviene tra un adolescente e i genitori, per permettere alla giovane vita di andare verso l’indipendenza e l’autonomia ed ai genitori di alleggerire il carico della cura di una vita nascente per poter tornare ad occuparsi della propria di vita.

Pensiamo alla chiusura dei rapporti lavorativi, sia per il cambiamento del personale o delle mansioni (quindi l’evoluzione per l’azienda e per il lavoratore), che per il congedo dalla vita lavorativa.

Pensiamo alla separazione di una coppia cui rapporto è arrivato a capolinea o si è trasformato in qualcosa di diverso da un rapporto romantico.

Pensiamo alla separazione dalle persone causate dalla morte; quanto è difficile superare il lutto? A volte non lo si supera.

Pensiamo agli oggetti di cui ci circondiamo, dai vestiti, gioielli (quanto “peso” nella vita di qualcuno può avere un anello, o un ciondolo?), ai mobili, gli strumenti o le case; se non ce ne distaccassimo mai dove arriveremo?

Pensiamo agli ideali che seguiamo o, più semplice, alle idee che ci facciamo su noi stessi e il mondo che ci circonda. Quando crolla un ideale, succedono le crisi profonde di identità, e su scala più larga dei valori della società. E quanto è difficile abbandonare o cambiare un’idea, una volta formatasi?

Pensiamo ai sogni che ci muovono e motivano di andare avanti per realizzarli. Quanto può essere difficile superare la fine di un sogno, di qualcosa che è stato un faro che ci guidava attraverso le tempeste della vita? O anche perché banalmente è stato realizzato e ora al posto suo c’è uno spazio vuoto?

Pensiamo allo stile di vita a cui siamo abituati o, ancora più su microlivello, ai problemi ai quali siamo affezionati al punto di non riuscire mai a risolverli, neanche con il miglior specialista o terapeuta. E dell’attaccamento alle abitudini ne vogliamo parlare?

Insomma, possiamo andare avanti con gli esempi ancora a lungo. Fatto sta che il distacco è difficile e doloroso. Tanto più quanto è forte l’attaccamento e quanto più a lungo è durato, senza contare il peso del carattere e attitudini personali.

Il significato della parola distacco include la parola separazione: di due cose che si toccano, che aderiscono l’una all’altra, e questo può essere inteso sia in senso fisico che metaforico. Nel senso figurato, il distacco è l’allontanamento da persone o luoghi ai quali si è molto legati, ed anche l’estraniazione rispetto alla realtà dalla quale non ci si lascia coinvolgere emotivamente (in altre parole, obiettività o anche freddezza e indifferenza).

Qualcosa sull’arte del distacco possiamo imparare dal Buddhismo. Il Buddhismo è la religione che mette proprio il non attaccamento al centro della sua dottrina. Una delle cose che maggiormente lascia sconcertati o anche perplessi nei confronti del Buddhismo è la insistente sottolineatura del distacco, che appare come troppo lontana dal pensiero dell’occidente.

Per l’occidentale medio il Buddhismo appare come una filosofia della rinuncia alla vita, una sorta di nichilismo esistenziale. Ad un occidentale sembra che si tratti di un’idea dell’esistenza che porta al rifiuto della vita, al tentativo di affrancarsi da essa, per assurgere a nirvana, una vita spirituale che non si sa a cosa serva.

L’occidentale cresce imbevuto dalla filosofia dell’avere, dell’accumulo delle cose…e in un certo senso delle persone, metaforicamente parlando.

Il Buddhismo individua nell’attaccamento un elemento base della sofferenza umana, che è indicato nel concetto di “brama” o “desiderio”, o anche “passione” (e la passione è intrisa nella nostra cultura come un valore, non dimentichiamolo), e indica la via per l’estinzione di questo sentimento per poter sfuggire al dolore che l’attaccamento crea.

Ogni situazione in cui c’è una “distanza” tra ciò che si vorrebbe e ciò che è, o si ha, provoca un abbassamento del tono generale, ovvero un allontanamento dalla felicità. Si introduce in questo modo nell’animo una sensazione di insoddisfazione per come stanno le cose, perché appunto si “desidera” che le cose siano diverse., che può portare a vivere profondamente insoddisfatti ed irritati perché le cose vanno “male” e può spingere anche alla rabbia, a causa del mancato verificarsi del risultato atteso.

Ma il buddhismo non è passività o nichilismo, ma significa agire disinteressati del risultato: Fa’ il bene ma non aspettarti nulla. In parole semplici, uscire dal dualismo vittoria-sconfitta, svincolare la tua felicità dall’esito di ciò che ti sei prefisso. Se ci riflettiamo, nel cristianesimo troviamo lo stesso concetto nelle parole: “ tu puoi seminare, ma è Dio che fa crescere”, o “Non sappia al tua mano destra cosa fa la sinistra.”

Quando una situazione diventa troppo difficile da gestire, abbiamo bisogno di distaccarcene emotivamente. Il distacco emotivo non significa fuggire dai problemi o subirli passivamente.

La Legge di Attrazione spiega lo stesso concetto nell’arte di lasciar andare: formare l’obiettivo, il pensiero positivo su come vorremmo che andassero le cose e non pensarci più. Affidarlo alla Vita, senza pretendere che l’obiettivo si realizzi per forza e proprio in modo e nei tempi in cui noi lo vogliamo.

Se stiamo attraversando un momento difficile in un rapporto, il distacco temporaneo può aiutarci a calmarci e a valutare i problemi da una prospettiva differente. In un conflitto, prendere le distanze da una discussione può aiutarci a non perdere le staffe. Se abbiamo troncato una relazione (sia come iniziatori della rottura che come la parte che l’ha subìta), abbiamo bisogno di lavorarci per distaccarcene in maniera graduale ma definitiva. Elaborare il lutto, la fine. E’ un processo. Lo stesso vale per i concetti, le idee e tutto il resto, oggetti materiali compresi.

Alcuni atteggiamenti possono aiutarci in questo processo:
– Stabilire dei Limiti
– Esaminare i propri confini personali
– Distaccarci da una situazione: è una situazione appunto, non siamo noi
– Mantenere la calma
– Parlare, senza nascondere le proprie emozioni, le sensazioni e i desideri, ma evitando di criticare o biasimare
– Prendersi i propri spazi
– Focalizzarsi su se stessi e prendersi cura di se stessi
– Allontanarsi e prendersi una pausa
– Imparare a perdonare e perdonarsi
– Considerarlo un momento di transizione, non una sconfitta
– Accettare, accettare, accettare

E tu, come te la cavi con i distacchi? Raccontami nei commenti!

L’arte del distacco
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