Il linguaggio è un aspetto dell’esistenza umana senza il quale difficilmente possiamo immaginarla: veicola i pensieri e allo stesso tempo contribuisce alla loro formazione, ed è un mediatore tra il mondo e ciascun individuo.

Tra gli strumenti del linguaggio le parole sono certamente tra i più usati nella contemporaneità. Sappiamo tutti quanto una parola possa cambiare le cose.

Nella maggior parte dei linguaggi, più breve è la parola, maggiore è la sua incisività. Due parole spiccano per il loro potere incisivo nella quotidianità: SI e NO.

Il SI è largamente considerato una parola piacevole, pensiamo a quanto a tutti piaccia ricevere la risposta affermativa alle richieste, quanto bramiamo l’approvazione o quanto romanticismo contiene quando pronunciato all’altare dagli sposi.

Il SI è anche il fondamento dell’accettazione, sia che si tratti delle cose piacevoli e volute, che di quelle spiacevoli e temute. Certamente importantissimo. In fin dei conti, non potremmo vivere se non dicessimo SI alla vita.

Per la maggior parte delle persone dare e/o ricevere un NO è un aspetto più o meno problematico della comunicazione e quindi delle relazioni.

A nessuno piace riceverlo dagli altri, associandolo al dolore del rifiuto e quindi alla frustrazione di misura variabile, e a molti non piace darlo agli altri. Ciascuno di noi ha un rapporto strettamente personalizzato con il NO, dipende se detto o ricevuto, se rivolto a se stessi o agli altri. Molte volte il NO viene considerato ingiusto (per il SI non succede quasi mai) o il frutto di un capriccio.

In realtà, sia il SI che il NO sono fondamentali e funzionali alla vita. Entrambi sono i suoi difensori. Agli estremi, può essere fatale sia non saper dire di sì che non saper dire di no.

Il NO è caratteristico per alcune tappe dello sviluppo umano.

Una tappa particolarmente marcata dalla presenza del NO è il periodo di sviluppo compreso tra i 24 e i 36 mesi, la “terribile fase del no dei due anni”, che porta con sé delle novità nel modo di essere e di relazionarsi del bambino.

I genitori si trovano improvvisamente a vedere trasformati dolcissimi e accondiscendenti pargoli in “piccoli ribelli”, che esprimono un netto e frequente rifiuto anche di fronte alle attività di routine consuete, e questo viene spesso erroneamente etichettato come “capricci”. In realtà, si tratta di una fase importantissima correlata alla costruzione di una propria identità psicologica, in cui il bambino mostra lo sviluppo sano, raggiunto nello sviluppo cognitivo, emotivo e motorio, che permette di percepire sé stesso come un’entità distinta.

Si sente libero di affermare la propria individualità in quanto ha raggiunto la consapevolezza di poter scegliere ciò che preferisce e quando lo preferisce.

Acquisisce una maggiore autonomia rispetto ai genitori e ha una crescente voglia di confrontarsi con il mondo che lo circonda, mettendosi alla prova e mettendo alla prova il mondo.

Segna la fine del rapporto simbiotico e di totale dipendenza dagli adulti, con i quali si sentiva un tutt’uno. È un periodo di “rottura”, di primo grande cambiamento.

E, come in tutti i grandi cambiamenti, la paura si fa sentire: appaiono spesso la paura del buio (quindi dell’ignoto), gli incubi notturni e il desiderio di avere un “oggetto del cuore” da cui non ci si separa nei momenti critici (quanto ci ricorda i “portafortuna” di cui a volte abbiamo bisogno da adulti?).

Anche Freud nel suo modello di sviluppo individua nell’età compresa tra i 18 e i 36 mesi la fase di sviluppo (a cui dà il nome di fase anale) il periodo in cui il bambino acquisisce il controllo delle funzioni sfinteriche e prova appagamento nel gestirle, imparando così a sviluppare autostima e autonomia.

Acquisisce un certo grado di autocontrollo e la capacità di affrontare il mondo da solo. Quindi, le caratteristiche di questo periodo individuate da Freud sono le stesse: il bambino sperimenta il proprio potere.

Un’altra tappa dello sviluppo umano particolarmente marcata in cui il NO è molto presente è l’adolescenza.

È il periodo di ribellione per eccellenza. Diciamo che nell’adolescenza il processo iniziato all’età di due anni viene portato ad un livello più alto, infatti è il periodo in cui dovrebbe avvenire l’emancipazione dai genitori (infatti, il gruppo dei pari diventa temporaneamente il riferimento principale) e la propria individuazione.

Un adolescente deve dire NO a tutto quel che hanno scelto i suoi genitori per lui per iniziare a fare delle scelte autonome. Il distacco dalla dipendenza dai genitori assume l’intensità decisamente maggiore, si afferma l’individualità psicologica. Un’altra volta ci si mette alla prova di fronte al mondo e si mette alla prova il mondo, ma a un livello e intensità maggiori. I ragazzi sperimentano l’assunzione del proprio potere, insieme all’assunzione di responsabilità.

In realtà, il NO è la fonte del nostro potere quanto il SI, e in alcuni momenti anche di più.

Vediamo in cosa risiede il potere del NO:

Delimita il nostro spazio – l’espressione “mettere i paletti” illustra bene questo concetto: con il NO segnaliamo chiaramente agli altri fin dove si possono spingere e invaderci fisicamente, psicologicamente o in altri modi. È la nostra “linea di difesa”, il limite invalicabile;

Afferma la nostra individualità – è come dire “Questo sono io, la penso così, questa è la mia verità e non voglio aderire alla tua richiesta anche se dai per scontato che dovrei o la maggioranza lo fa”, impedendo di essere plasmati dalle aspettative o dalle pressioni da parte degli altri, esattamente come lo eravamo quando eravamo i bambini;

Afferma la capacità di fare una scelta chiara – è la capacità di rinunciare a qualcosa, che dimostra la maturità del discernimento. Fare le scelte proprie è l’essenza della tanto sospirata libertà;

Suscita il rispetto, da parte degli altri e il rispetto di sé – chi sa dire di no è preso in considerazione più seriamente. Se qualcuno ci ama solo quando diciamo sempre di sì e siamo a suo dire “buoni, bravi, responsabili, obbedienti”, c’è da chiedersi se non si tratti di una semplice e spietata manipolazione;

Dimostra, e a sua volta incrementa, la responsabilità – prendere una posizione autonomamente e difenderla richiede il maggior grado di impegno, mentre acconsentire o cedere alla scelta altrui è deresponsabilizzante e dà l’illusione di poter incolpare gli altri se successivamente non ci piace l’andamento delle cose;

Sostiene l’autenticità – conformarsi agli altri è più facile, ma solo apparentemente: alla lunga il conto da pagare è salato, in quanto tradire se stessi prima o poi conduce all’insoddisfazione, all’infelicità e all’indebolimento. La nostra forza risiede nella nostra autenticità;

Coltiva l’autodisciplina – è la capacità di stabilire le priorità e di rispettarle: se diciamo di sì a tutto, nulla ha la priorità;

Afferma e difende i propri valori – siccome sono i valori di base quelli che ci sostengono nei momenti di maggiore difficoltà, quando ci rifiutiamo di calpestarli ci costruiamo l’integrità che ci rende capaci di imprese apparentemente impossibili;

Aumenta la fiducia degli altri nei nostri confronti e la fiducia in se stessi – quando sappiamo dire di no, anche il nostro sì ha la sua credibilità, il suo peso e il suo valore. È il no che dà valore al sì, e viceversa;

Mantiene il focus sugli obiettivi prestabiliti e il loro raggiungimento – a volte non siamo consapevoli che dicendo di sì a molte cose lavoriamo per il raggiungimento degli obiettivi di qualcun altro, difendiamo i suoi interessi invece dei nostri. Questo di per sé non è necessariamente un male, a patto che i reciproci interessi non cozzino tra essi e che non trascuriamo continuamente i nostri obiettivi.

E tu, sai dire di no? Dimmelo nei commenti!

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