L’attenzione è di solito l’argomento che leghiamo allo studio ed allo svolgimento delle mansioni, qualsiasi esse siano.

Viene vista spesso nell’ottica della buona prestazione: non sbagliare o eseguire perfettamente qualcosa.

Ma questa è la visione riduzionistica dell’attenzione.

L’attenzione è un processo cognitivo, quindi legato al funzionamento della mente, che ci permette di selezionare alcuni stimoli ambientali e di ignorare altri, tra i molti disponibili in un certo momento.

Gli stimoli che ci circondano sono innumerevoli, e con l’iperconnessione tecnologica aumentano continuamente. Può essere di tipo sensoriale (guardare, ascoltare, camminare con attenzione) oppure di tipo intellettuale (riflettere con attenzione).

Ma non si tratta soltanto di stimoli ambientali: noi selezioniamo anche i propri pensieri, le proprie sensazioni, le emozioni ed anche le attività (o l’inattività).

L’attenzione determina anche come spendiamo il nostro tempo, perché ogni volta che diamo l’attenzione a qualcosa, diamo il nostro tempo a quel qualcosa. E il tempo è, ricordiamocelo, la nostra risorsa più preziosa.

In ultima istanza, dirigere la nostra attenzione significa dirigere la nostra vita.

L’etimologia della parola attenzione ci viene in aiuto per confermare lo stretto collegamento tra l’attenzione e qualcosa di molto più significativo che un mero processo quasi meccanico di selezionare le informazioni e di riprodurle o metterle in pratica eseguendo qualcosa.

La parola attenzione proviene dal latino “attentio” con il significato di “rivolgere l’animo“.

Considerato che l’animo riguarda la parte più profonda di noi, la nostra essenza, rivolgere l’animo determina come essa dispiega la sua esistenza.

Se può sembrare esagerato affermare che dirigere l’attenzione significa dirigere la vita, proviamo a pensare a quanto dare attenzione a una determinata informazione, dettaglio, emozione, accadimento, desiderio, ambizione ecc. può determinare la scelta di prendere una decisione.

Non dimentichiamoci che una decisione può cambiare il corso degli eventi o, come ci piace dire, il destino.

Basta ricordarci i momenti della presa di coscienza a posteriori dell’importanza di aver dato attenzione o trascurato di darla, tanto che il diffusissimo proverbio “Del senno di poi son piene le fosse” avverte che, quando qualcosa di spiacevole si è ormai verificato, è facile ma inutile dire che cosa si sarebbe dovuto fare per evitarlo o perché le cose andassero meglio.
“Se ti avessi dato ascolto”, “Se non avessi ascoltato quel consiglio”, “Se avessi scelto quel che volevo davvero”, “Se mi fossi fermato”, “Me lo sentivo che c’era qualcosa che non va”, “Sentivo che fosse la persona giusta per me, ma non ho lottato per la relazione”, “Ma perché non ho saputo dire di no?”.

I rimpianti, a chi non sono capitati? Sono le prese di coscienza di aver dato attenzione alle cose in qualche modo lesive per noi invece di dare attenzione alle cose buone per noi. Diciamo che sono le esperienze che ci sono costate care.

Naturalmente, ci sono anche i momenti che ricordiamo per aver fatto scelte dettate dall’attenzione focalizzata costruttivamente, che hanno tracciato una strada verso la direzione soddisfacente per noi. Sono le esperienze per le quali siamo profondamente grati.

Dove va l’attenzione, là scorre la nostra energia.

Noi, scegliendo a cosa dare attenzione (unendo anche come e quanto), in realtà creiamo quotidianamente la nostra vita.

Dando l’attenzione letteralmente vediamo le cose o non le vediamo, pensiamo un determinato tipo di pensieri mentre non ci arriviamo all’altro, e proviamo certe emozioni oppure ci precludiamo di provarle.

Quindi, attenzione a cosa diamo l’attenzione!

La società contemporanea si è trasformata nel relativamente breve tempo in una vera e propria guerra per accaparrare l’attenzione, e questo dovrebbe far riflettere quanto l’attenzione di ciascuno di noi sia preziosa e potente (altrimenti, perché mai interesserebbe a qualcuno?).

E di quanto sia importante usarla consapevolmente, per evitare di essere letteralmente “telecomandati”, ovvero influenzati e indirizzati verso una direzione decisa da qualcun altro che non siamo noi.

Tanto più nel bombardamento incessante attraverso i mezzi di informazione è necessario proteggersi o digiunare, per riacquistare il contatto con il proprio sentire e il proprio metro del giudizio.

Accorgersi quando qualcuno sta sviando la nostra attenzione è di enorme importanza, e a volte è il sintomo di manipolazione in corso.

Abbiamo il potere non solo di percepire delle cose, di formare i pensieri e le valutazioni propri, ma anche di influire sul dirigersi degli eventi.

Dirigendo l’attenzione letteralmente creiamo la nostra realtà. Vale la pena allenare questo attrezzo, che può diventare un potente raggio laser, quando è focalizzata.

E tu? Sei consapevole a cosa dai l’attenzione abitualmente? Comprendi il suo potere? Dimmelo nei commenti!

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