Eh già, la domanda è quasi amletica nella nostra società. Generalmente, vige il pregiudizio di considerare il pianto un segno di debolezza.

Così, da una parte, ogni lacrima, qualora riuscisse ad uscire dall’occhio, viene nascosta o asciugata in fretta, e dall’altra parte, c’è chi sa sapientemente generarla e ostentarla nel momento opportuno per provocare un determinato effetto ai fini manipolatori.

Piangere è tra le prime azioni che compiamo alla nascita, è considerato anche un segno di vitalità ed è curioso che più avanti nell’età viene quasi demonizzato.

Da un segno estremamente positivo, di vitalità, passa ad avere un segno estremamente negativo, quasi di un’incapacità di vivere.

In realtà, non è così. Il pianto è più complesso di quanto sembri. È composto dalle lacrime e dall’espressione di commozione (la parte visibile) e dai lamenti (parte udibile). Ma si può anche versare lacrime in silenzio o piangere senza lacrime.

Già a partire dalle lacrime, troviamo la complessità di distinzione in tre categorie: le lacrime basali (che aiutano a tenere l’occhio idratato e lubrificato), le lacrime di reazione (che combattono le irritazioni dovute agli agenti esterni: chi non piange tagliando la cipolla, in contatto con un allergene o in presenza di una particella esterna?) e le lacrime psichiche (che vengono fuori in presenza di emozioni).

Sono le lacrime psichiche quelle per le quali è stata creata tutta la problematica intorno al pianto, tanto che alcune barzellette esprimono il desiderio di confonderle con le lacrime di reazione (“Non sto piangendo, mi è entrato un moscerino nell’occhio” oppure “Piango perché sto tagliando la cipolla, mica per altro”). Si tratta, dunque, della difficoltà con le emozioni: permetterle, riconoscerle, accettarle, esprimerle.

Le lacrime possono esprimere tante e svariate emozioni, anche contradittorie tra loro. Ci sono lacrime di dolore fisico o emotivo, di tristezza, di rabbia, di commozione, di gioia, di disperazione, di invidia, di impotenza, di paura, di tensione, di sollievo, di felicità, di frustrazione, di malinconia, di compassione, di amore, di odio, di tormento, di fatica, di sorpresa, di rimorso, di pentimento, di gratitudine, di empatia, di nostalgia, di estasi… È come non riuscire a contenere un’emozione all’interno, e quindi riversarla all’esterno attraverso lo scorrere di lacrime.

L’espressione “Ha pianto tutte le sue lacrime” ci racconta della quantità del dolore espresso, mentre “Chi è causa del suo male pianga sé stesso” della fatica di accettare l’entità della responsabilità per i propri errori.

Nel piangere sono gli occhi ad avere un ruolo centrale, anche quando non ci sono lacrime.

L’occhio è l’organo che raccoglie le luci dall’esterno e forma delle immagini (le impressioni), ma è anche un importante elemento espressivo del nostro volto (non a caso si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima).

Sono, quindi, un importante centro di comunicazione analogica, a differenza della comunicazione logica, mediata dalla ragione e prevalentemente razionale.

A livello fisiologico, piangere aiuta a mantenere gli occhi lubrificati e puliti. A livello emotivo, piangere aiuta a mantenere l’interiorità pulita. La frase di Victor Hugo “Quelli che non piangono, non vedono” riassume efficacemente entrambi i significati, quello fisico e quello metafisico.

Chi non sperimenta un’ampia gamma di emozioni, difficilmente è in grado di comprendere molte cose sia di se stesso che degli altri.

A livello vocale, il lamento è un dare voce all’emozione, sempre a livello analogico. Si può considerare una sorta di canto. Un esprimere qualcosa che ancora non ha parole per essere raccontato, ma gli diamo la dignità di esistere e chiediamo al mondo intorno a noi di accoglierlo.

Conosciamo tutti il potere catartico di un pianto, la sensazione di pace e di quiete dopo la tempesta. Piangere dovrebbe fare parte dell’igiene personale emotiva, per chiamarla così.

Per il nostro benessere psicofisico è necessario piangere.

Ma il rapporto con il pianto nella nostra società è gravemente compromesso a partire dall’infanzia. Tanto che alcune persone adulte non si ricordano nemmeno quando hanno pianto per l’ultima volta. Questo può essere considerato erroneamente il segno di forza, all’interno della società che ha un rapporto distorto con il pianto. In realtà, è segno dell’incapacità di accedere alle emozioni, comprese quelle piacevoli.

Chi non piange di gusto probabilmente neanche ride di gusto. Nel senso di autenticità. Se non ci permettiamo di provare il dolore, non saremo in grado di provare neanche la gioia. Con le emozioni non si può barare.

Piangere ha dei notevoli benefici:

1.Ci connette con la nostra umanità, che è la parte più preziosa di noi;

2.Funge da analgesico, dà sollievo e riduce la percezione del dolore;

3.Ci ricorda sia la nostra vulnerabilità che la vulnerabilità degli altri;

4.Aumenta l’empatia;

5.Migliora il rapporto con noi stessi e i rapporti con gli altri;

6.Comporta dei benefici fisiologici, come il rilascio delle endorfine, il rilascio delle tensioni muscolari, la regolazione del ritmo del respiro;

7.Aiuta a canalizzare le emozioni e a favorire libera espressione (ad esempio, esprimere la fatica di una frustrazione prolungata, invece di reprimerla e dirottarla in un’esplosione di rabbia, magari coinvolgendo nel conflitto qualcuno che non c’entra per niente);

8.Riduce la possibilità di essere manipolati dalle “lacrime di coccodrillo”, ovvero un pianto non autentico (quel che non accettiamo in noi diventa facilmente il terreno in cui siamo manipolabili);

9.Aumenta l’autostima;

10.Favorisce la capacità di lasciar andare dalla nostra vita ciò che deve essere lasciato andare, ovvero accettare la transitorietà, l’impermanenza.

Quindi, piangere o non piangere?

Io piango. E tu? Dimmelo nei commenti!

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