donna che sorride mentre scrive alla lavagnaFelicità è un po’ come libertà: è in cima dei desideri di quasi ogni essere umano. Ciascuno afferma di voler essere libero, esattamente quanto di voler essere felice, ma pochissimi sentono di potersi vantare di esserci riusciti.

Provate a fare alle persone una domanda secca: “Sei felice?” o “Ti senti una persona libera?” e osservate le risposte (e se vi imbattete in quelli che decantano di esserlo, elencandone i motivi, osservateli con ancora più attenzione).

Tutti la cercano, sospirano, prentendono, aspettano, reclamano, decantano, inseguono, progettano…ma sono rari coloro che saprebbero dare la risposta alla domanda “Che cos’è la felicità?” (come anche alla domanda “Che cos’è la libertà?”), figuriamoci alla domanda come riuscirci. È proprio l’idea della felicità che non è chiara.

Insomma, tutti la cercano, ma nessuno sa come è fatta. C’è chi la cerca nei beni materiali e nel denaro, chi nei piaceri, chi nelle rinunce, chi la delega alle relazioni (e al partner in particolare), chi è convinto di trovarla in una carriera invidiabile, chi nei riconoscimenti, chi in una particolare disciplina di vita o di condotta (magari logica e razionale), rimandando però il momento di trovarla in un futuro indefinito, che chissà perché stenta di diventare il presente.

Anzi, sembra sfuggire proprio quando sta per arrivare. Da bambini tutti eravamo felici, e senza un perché o una ricetta particolare. E poi, crescendo, nella maggior parte di noi qualcosa è cambiato.

Tutti dicono di volere la felicità, ma se osserviamo bene e siamo onesti dobbiamo ammettere che qualcosa non quadra, come con la libertà: semplicemente viene rifiutata, con giustificazioni e motivazioni più disparate.

In realtà, molte persone hanno in qualche modo “cancellato” interiormente dalla loro esistenza la possibilità di essere felici. Sembra strano? Provate ad osservare con più attenzione le vite di chi vi circonda.

Molti si sono allontanati dalla sensazione di felicità, al punto che quando capitano in situazioni che possono essere vissute come felici, riescono al massimo ad ammettere di essere “serene” o “tranquille” o addirittura “normali”, come se avessero paura di contattare una sensazione più forte.

E molti non arrivano neanche a questo, e si mantengono perennemente in una stato di scontentezza, di indifferenza, di felicità recitata (di facciata) o di vera e propria infelicità. Non si permettono di sentire qualcosa di diverso. Si riconoscono solo nel malessere.

Può essere generalizzato o limitato ad alcuni settori della vita: la carriera, la vita famigliare, i sentimenti, la sessualità, la salute, le amicizie… Il fatto è che la felicità ha anche un effetto neurochimico nel corpo, e se il cervello da tempo non attiva certi circuiti, perde la capacità di gestirli quando si presentano. Al punto di sentirli nemici e di attivare le difese contro essi.

Sì, la felicità può essere percepita come pericolosa. Ovviamente, non ne siamo consapevoli se non abbiamo lavorato su se stessi. Quando viviamo al riparo dalle emozioni in generale, la sensazione di felicità la sentiamo come impossibile. E allora ci autosabotiamo inconsciamente, ovvero facciamo in modo di non riuscire a raggingerla, evitando accuratamente tutto quel che ci portebbe a provarla.

La parola felice proviene dal latino felix, che ha la stessa radice di fecundus, con il significato di «fertile». Felice è quindi chi si sente pienamente soddisfatto nei proprî desideri, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato. Attenzione: non che non abbia dolori o preoccupazioni, ma che non ne sia turbato.

Già i filosofi dell’Antica Grecia cercavano di capirci qualcosa della felicità. Secondo gli epicurei la felicità si ottiene attraverso il piacere ed il rifiuto della sofferenza, mentre gli stoici sostenevano che il dolore non è un male, anzi è necessario per migliorarsi.

Per Seneca, ed è questa visione quella che più si avvicina al significato insito nell’aggettivo “felice”, solo la virtù, ovvero l’autodisciplina che l’uomo deve imporre alla propria componente emotiva, è il fondamento della vera felicità. Fondamentale è saper accettare i beni terreni (e goderne) ma essere in grado di staccarsene senza rimpianti.

Gli agi non vanno disprezzati ma non bisogna permettere che possano prendere il controllo su di noi influenzandoci eccessivamente. In questo modo l’uomo non può essere indebolito da alcuna disgrazia, per quanto grave, ma nel momento del bisogno scopre in se stesso la forza necessaria per reagire ai colpi della sorte: è questo atteggiamento che libera da paura e dolore. Il non attaccamento permette di non temere gli urti del destino, davanti ai quali si mantiene un atteggiamento di sfida, perché, secondo Seneca, “la virtù senza contrasti infiacchisce”.

E chi può dargli torto? Siamo testimoni quotidianamente del fatto che le difficoltà attraverso le quali passiamo temprano il carattere e predispongono al saper apprezzare i periodi di calma e le piccole cose che li compongono.

Il detto “Necessità fa virtù” parla proprio di questo:la necessità ci obbliga e ci costringe ad elevarci trasformando la volontà umana alla volontà in un certo senso divina. In questo senso l’uomo è salvatore di se stesso, perché sono i suoi sforzi a condurlo verso il cielo, ovvero verso la felicità. Accettando le sensazioni ed emozioni meno piacevoli apriamo la strada alla felicità.

Ma tutto questo richiede uno sforzo. Che l’essere umano spesso cerca di evitare. E quindi prolunga lo stato di paura della felicità (mentre la sospira).

Vediamo quali sono le felicità che spaventano più di tutte:
– Il grande successo
– Una grande vincita di denaro
– L’estasi sessuale
– Essere corrisposti sentimentalmente
– Avere tutto quello che si è sempre desiderato
– Il raggiungimento di un traguardo voluto fortemente

Bisogna lavorarci per liberarsi da questi blocchi, dietro i quali ci sono sempre dei pensieri e idee disfunzionali (che in qualche momento della vita erano funzionali, ma ora non lo sono più). All’inizio quando si comincia a stare meglio non ci si riconosce, e quindi come se si temesse questa nuova parte di sé: quella della felicità. È come se fossimo appena nati per le emozioni forti in alcuni o in tutti i settori, perché quando siamo abituati solo al malessere, il benessere ci spaventa, come qualsiasi altra sensazione sconosciuta.

Un consiglio pratico è riabituarsi alle emozioni: permettersi di percepirle, di viverle e di esprimerle. La musica, il film, la lettura, il ballo e qualsiasi altra forma espressiva possono aiutare a sbloccare l’emotività poco alla volta.

Dedicare ogni giorno alle cose senza una utilità precisa, puramente giocose e “inutili” è un altro consiglio utile.

Fare amicizia o passare più tempo possibile con le persone che si lasciano andare e si entusiasmano è una delle migliori modalità di apprendere nuova modalità comportamentale.

Allenare il coraggio: osare e assumersi qualche rischio per fare qualcosa che sogniamo ma non ci siamo permessi finora, può fare miracoli nell’avvicinarsi alla strada della felicità.

Frequentare un corso, da quelli di autostima a quelli di qualsiasi approccio o tecnica di lavoro sulla propria interiorità rimane una delle modalità più efficaci.

Affrontare la paura delle emozioni positive gioca un ruolo fondamentale nel raggiungimento di una vita pienamente felice e appagante, comprese le relazioni soddisfacenti.

E tu, quanto hai paura di essere felice? Raccontami nei commenti, ma prima ascolta questa canzone di Negrita “Che rumore fa la felicità?”

Voglio essere felice… anzi, forse no
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