Autocontrollo è un termine che spesso sentiamo in riferimento non solo al comportamento ma anche alle emozioni, tanto da crearci la confusione interiore, e la frustrazione legata al fatto di non riuscire a controllare le proprie emozioni.

Noi, più o meno consapevolmente, crediamo che questo significhi dover decidere quali emozioni provare e quali no, il che è chiaramente impossibile in quanto le emozioni non sono razionali – altrimenti non si chiamerebbero emozioni.

Le emozioni possiamo imparare a gestirle quando insorgono, non controllarle prima. Sul comportamento invece abbiamo molto più margine di intervento decisionale in termini di controllo.

La parola controllo proviene dal francese antico contrôle con il significato di “contro ruolo” o “doppio registro” (composto da contre = contro e rôle = registro, dal latino rotulus = rotolo), quindi registro tenuto in doppia coppia.

Il controllo nasce come registro doppione di un altro, compilato con scopi di verifica e vigilanza. L’essenza del controllo è quella, ed applicarla alle emozioni non è indicato. Parlare delle personalità controllate è un argomento a parte da approfondire.

È più utile parlare di autodisciplina in termini di crescita personale. La parola disciplina proviene dal latino discipŭlus = “discepolo” e questo fa chiaramente riferimento all’educazione, alla direzione, alla guida ed al complesso di norme.

Se il controllo è verifica, accertamento dell’esistenza o dell’esattezza, la disciplina è coordinamento, dominio.
Più che essere (auto)controllati, abbiamo bisogno di essere (auto)disciplinati. Ovvero imparare a gestire quel che ci riguarda, sia in fatto di emozioni che di comportamenti, per arrivare al dominio di sé, al coordinamento dei propri stimoli e delle proprie azioni.

E perché?

In parte perché altrimenti la vita sociale non sarebbe possibile, e questo è chiaramente percepibile fin dall’infanzia attraverso le aspettative sociali a cui aderiamo. Ma la parte ancora più importante è il nostro rapporto interiore con la capacità di sentirsi padroni di sé, dalle risorse, ai comportamenti. In fondo, è come saper gestire un patrimonio di qualsiasi tipo.

Avere autodisciplina ci permette di amministrare il nostro patrimonio interiore e di condurre la nostra vita in modo autorevole.

Ci permette di apportare i cambiamenti (in noi stessi e nella vita) come e quando lo decidiamo noi, di essere concentrati sugli obiettivi (e ancor prima di sceglierli), di affrontare gli imprevisti e le avversità in modo costruttivo e non ultimo, di migliorare la nostra autostima – il che produce di rimando un sacco di ulteriori conseguenze positive.

Sviluppare l’autodisciplina permette l’autocontrollo sull’impulsività, che più o meno tutti sappiamo quanti danni sia in grado di procurare a noi stessi, alla nostra carriera ed agli altri intorno a noi, compromettendo a volte duro lavoro ed impegno protratto per anni e tante cose positive che abbiamo fatto.

Già in riferimento all’infanzia molti hanno sentito parlare del disturbo da deficit di attenzione/iperattività (in inglese attention deficit hyperactivity disorder o ADHD), caratterizzato da problematiche nel focalizzare e mantenere l’attenzione, irrequietezza e difficoltà nel controllare il proprio comportamento (impulsività) che non appare adeguato all’età della persona.

Tutte queste problematiche spesso di protraggono in età adulta. Portano con sé il maggior rischio di abbandono scolastico e lavorativo, disturbi ansioso-depressivi o oppositivo-provocatori, disturbi del sonno, divorzi più frequenti, maggior rischio di incidenti stradali e delle dipendenze patologiche.

Insomma, l’incapacità di gestire l’impulsività non è roba tanto innocua.

Lavorare sulla propria autodisciplina e autocontrollo può essere un processo alquanto laborioso ma ne vale la pena, sia in riferimento alla gestione del comportamento che in riferimento alla gestione delle emozioni (che fa parte dello sviluppo dell’intelligenza emotiva).

In questo processo c’entra molto la neurobiologia. In che modo? I comportamenti sono soggetti all’abitudine e sono riconducibili a una parte del cervello formata da una rete di gangli della base, dove lasciano un segno duraturo.

Quella parte del cervello controlla le azioni motorie, le emozioni, la memoria e i comportamenti compulsivi, compresa la dipendenza da sostanze. Le decisioni, invece, sono realizzate nella corteccia prefrontale del cervello, una zona completamente diversa. Per le decisioni serve lo sforzo maggiore, l’esercizio intenzionale di quel circuito neuronale e la conduzione dello stimolo da una all’altra parte del cervello. Quando il comportamento diventa un’abitudine, le capacità decisionali vengono stoppate e si aziona il “pilota automatico”.

Quindi per disciplinare un comportamento o rompere una cattiva abitudine e costruirne una nuova, è necessario non solo prendere decisioni attive, ma anche affrontare la sofferenza della parte “automatica” del cervello che cerca in ogni modo di resistere al cambiamento in favore di ciò che già conosce bene.

L’autodisciplina esige un po’ di tempo (a volte un bel po’) prima che il cambiamento dia i frutti e arrivi la padronanza di sé stessi. Esige lo sforzo. Chiaramente, è uno sforzo iniziale che successivamente sarà “capitalizzato” in un cambiamento in meglio nella direzione desiderata.

La soddisfazione immediata di un bisogno è di per sé un impulso naturale, ed è in alcuni casi salutare lasciarlo fare (la cosa in cui, per esempio, può avere problemi una personalità iperautocontrollata), ma non è salutare lasciare che governi gran parte delle nostre azioni quotidiane.

L’autodisciplina è in parte la capacità di rinunciare alla soddisfazione immediata per ottenere una maggiore soddisfazione futura, ed è il presupposto necessario per fare buone scelte in tutti gli ambiti: dal comportamento quotidiano (specialmente nei conflitti) alla dieta o cura del corpo, dalle relazioni sociali alla vita di coppia, dalla carriera alle scelte finanziarie. Si può lavorare sui comportamenti o sulle convinzioni e schemi mentali.

Essendo i comportamenti osservabili, è più facile ed è il passo che iniziale consigliabile per chi si approccia per la prima volta o nuovamente dopo un lungo periodo o anche dopo un periodo difficile (di shock, di cambiamento, di malattia…).

In questo processo acquisire la maggior consapevolezza è un passo non solo utile ma necessario.

Qualche consiglio:

1. Imparare ad osservarsi – non è né facile né scontato per chi non ha imparato a farlo: osservare i propri comportamenti effettivi, le proprie emozioni ed eventuali reazioni ad esse in forma di comportamenti inconsapevoli (automatici), i propri desideri, le proprie paure, le proprie intenzioni (che a volte sono in conflitto con le emozioni, desideri o persino comportamenti);

2. Individuare i comportamenti che vogliamo cambiare in noi stessi – più precisamente possibile, evitando le vaghe affermazioni tipo “Voglio stare meglio con me stesso”;

3. Concentrarsi a lavorare inizialmente su un comportamento alla volta: per il troppo carico che altrimenti potrebbe insorgere e la confusione che si potrebbe creare, con il rischio di desistere dal cambiamento;

4. Valutare le conseguenze a lungo termine del cambiamento che vogliamo apportare: aiuterà a tenere la motivazione alta nei momenti di tentazione di ritornare sul vecchio schema o di lasciar perdere, ma può anche aiutare ad accorgersi del bisogno di cambiare l’obiettivo o di “aggiustare il tiro”;

5. Darsi degli obiettivi realistici e realmente raggiungibili: gli obiettivi troppo ambiziosi rischiano il fallimento e quindi l’effetto di scoraggiamento;

6. Attenersi soltanto al lavoro sui propri comportamenti: non possiamo cambiare nessuno tranne noi stessi;

7. Scrivere chiaramente il perché di ogni cambiamento che vogliamo apportare nel nostro comportamento: il perché è il cuore della motivazione, è la motivazione è fondamentale per l’autodisciplina (lo è anche per l’autocontrollo, ma è spesso una motivazione di tipo diverso, più esterno o di utilità/tornaconto).

8. Tenere traccia dei propri progressi: è utile per la gratificazione (che a sua volta è motivante), ma anche per ricordare sé stessi del “prima” e “dopo” (gli autocritici spesso sminuiscono i propri progressi e i megalomani li ingigantiscono), avere un riscontro più oggettivo possibile è un ottimo modo di usare il controllo in modo costruttivo;

9. Impara a dire di no: l’autodisciplina si basa molto su sapersi rifiutare di assecondare un impulso, la sua soddisfazione immediata, e a volte saper dire di no a sé stessi e saperlo dire agli altri sono collegati e reciprocamente influenzabili. Inoltre, saper dire un no davvero aumenta la capacità di sapere dire di sì davvero;

10. Lodarsi e premiarsi al raggiungimenti di un miglioramento anche piccolo: ricordiamoci, i piccoli passi sono la strategia vincente!

E tu? Come te la cavi con l’autodisciplina e con l’autocontrollo? Dimmelo nei commenti!

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