Ma come? Se è il contrario della vita, come può esserne l’alleata?

Semmai, è la più temuta dalla vita. Anche odiata, se vogliamo. In ogni caso, la più indesiderata.

Eppure, se esiste un motivo ci sarà.

La morte è un mistero.
Ma anche la vita è un mistero.

E se ci pensiamo, anche l’amore lo è. Eppure, è una delle cose più desiderate dagli esseri viventi.

Lo so, un sacco di contraddizioni. Alzi la mano, però, chi non ha pensato almeno una volta che la vita sia piena di contraddizioni. Ogni essere umano ne è pieno, di contraddizioni. Sia che ne sia consapevole o meno.

È proprio attraverso le contraddizioni e il rapporto che abbiamo con esse che ci evolviamo, che avviene la crescita personale. C’è chi “ci mette le mani” lavorandoci sopra e le usa come uno stimolo per esplorarsi, aumentare la consapevolezza e trovare la propria strada. E c’è chi cerca di ignorarle sperando che scompaiano, e questo è un modo per perdere la propria strada o perdersi su quella che si sta percorrendo.

Ma la vita trova sempre un modo per aiutarci (qualche volta costringerci) a ritrovarla. La morte è annoverata tra i suoi assistenti, anche se può non essere facile capirlo o accettarlo.

Perché la morte fa paura. Tanta. E si sa, tendiamo ad evitare di affrontare le nostre paure, anche se è controproducente.

Vediamola allora più da vicino.

La morte appartiene all’archetipo del Distruttore. Gli archetipi sono una specie di modelli, simboli, immagini, che guidano la nostra esistenza per lo più nel modo inconscio o poco consapevole, ma molto potente. Fanno parte della dimensione interiore dell’esistenza, quella che governa la dimensione esteriore (il comportamento, quel che percepiamo come reale).
“Vabbé, ma a cosa serve questo distruttore?”, la domanda sorge spontanea, mentre ci urta la parola “distruzione”.

Per fare spazio al nuovo.

Nasciamo perché è stata distrutta la nostra vita intrauterina, costruiamo una relazione perché ne abbiamo distrutta una precedente o la propria vita da single, coltiviamo l’orto perché è stato distrutto il terreno erboso, cuciniamo un piatto prelibato perché abbiamo distrutto gli ingredienti singoli e trasformato la loro forma, cuciamo un abito perché abbiamo distrutto la stoffa tessuta al telaio, diventiamo esperti perché è stata distrutta la nostra condizione di apprendisti, diventiamo autonomi perché distruggiamo la nostra condizione di dipendenza, acquistiamo il coraggio perché abbiamo distrutto una paura, e così via. Il principio è trasversale e presente in tutti gli aspetti della vita, dai più pratici e materiali ai più eterei.

L’archetipo del Distruttore è alla base della nostra capacità di decidere (vedi altri post), in quanto comporta il rinunciare alle altre alternative, con conseguente dolore più o meno accentuato che una scelta comporta. Fare una scelta ci mette di fronte all’ignoto. E questo spaventa enormemente l’essere umano perché mina il suo bisogno di sicurezza, tanto che per difenderlo la maggior parte delle vite entra in un immobilismo che tutto si può chiamare tranne la vita (intesa come autentica esistenza), ed è un errore grave: per vivere meglio (secondo quel che pensiamo sia meglio), praticamente smettiamo di vivere.

La morte, l’emblema dell’ignoto, ci scuote da questo circolo vizioso e, in fin dei conti, distruttivo.
La morte ci ricorda la creatività. E la creatività è la fondamentale caratteristica della vita.
La morte è una scadenza, una misura; come tale dà il valore alla vita.

Numerose sono le testimonianze delle persone che, messe davanti alla diagnosi di una malattia grave, hanno deciso di vivere finalmente la loro vita per i giorni restanti come avrebbero sempre voluto e per qualche motivo non si sono dati il permesso.

L’effetto molte volte è la guarigione completa dalla malattia, ma quel che accade in realtà è la guarigione della loro vita: forse per la prima volta hanno veramente vissuto autenticamente, ovvero in modo creativo. Ed è quello che ha fatto ritornare la salute. È il tempo limitato a disposizione che ha fatto decidere di sfruttare meglio il tempo.

Altrettanto numerose sono le testimonianze delle persone che assistono i morenti: negli ultimi istanti vissuti viene naturale fare un resoconto della vita, dove non c’è più spazio per gli autoinganni, non hanno più senso, e vengono fuori i rimpianti. Diventano chiare le vere priorità. Il rimpianto numero uno è non aver osato di più per vivere quel che davvero si desiderava. Osare vuol dire uscire dalla zona di comfort.

La morte è una rivelatrice della verità.

Ecco alcuni suggerimenti per migliorare la qualità della vita avendo la morte come consigliera:
– Chiedersi ogni giorno: “Se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, come lo vivrei?”
– Quando proviamo un sentimento verso qualcuno, chiedersi se ne vale la pena tenerselo per sé senza comunicarglielo, giustificando che un giorno lo faremo. Consapevoli del fatto che più tempo passa, più è difficile che quel giorno arrivi, o semplicemente quel sentimento appassisce e aveva senso comunicarlo in quel momento, forse troveremo il coraggio di dirlo: è il coraggio di esprimersi. Se la vogliamo mettere sul piano pratico, aumenta l’assertività enormemente.
– Cosa succederebbe se sapessimo che possiamo perdere le persone care in qualsiasi momento? Forse l’effetto sarebbe non lesinare gli abbracci, i baci e le parole d’affetto.
– Vi è mai venuto in mente il fatto che non è scontato essere vivi, svegliarsi la mattina? È un mistero perché siamo vivi, da dove nasce la vita e fino a quando ci sarà. Già questa riflessione dovrebbe essere un motivo sufficiente per essere grati per il semplice fatto di essere vivi.
– Quando c’è qualcosa che ci fa disperare o ci sembra un problema senza soluzione, una buona domanda da farsi potrebbe essere: “E se io fossi morto/a, mi importerebbe di questo? Importerebbe gli altri?”. Aiuta a cambiare il punto di vista e ridimensionare la situazione.
– Spesso ci intestardiamo fino a rovinarci la gioia di vivere o precluderci le scelte soddisfacenti solo perché non riusciamo ad avere la risposta ad alcune domande. Sapere che non sappiamo neanche il perché della morte o della vita, ma ciò non ci impedisce di vivere, può aiutarci a mettere l’anima in pace: non dobbiamo avere risposta a tutto.
– I rapporti umani sono questione complessa: chiediamoci se ci sono dei rapporti ormai morti o agonizzanti che ci ostiniamo a tenere nella nostra vita a danno proprio (e forse anche di chi ci circonda), occupando magari il posto di potenziali rapporti che desideriamo ma non possono sbocciare? Cosa succederebbe se li lasciassimo morire, con il relativo lutto a seguito?
– Anche gli oggetti di cui ci circondiamo hanno una loro vita, che interferisce con la nostra ed è in grado di limitarla: è salutare liberarsi (far scomparire, quindi morire per noi) ogni tanto da quel che fa parte del nostro passato, siano essi mobili, vestiti, ricordi o qualsiasi altra cosa. Può essere molto difficile. Sono serviti per farci arrivare dove siamo, ma il viaggio continua, e serve il vuoto per farlo.
– La morte, con la sua ineluttabilità, ci insegna l’accettazione, una delle lezioni più importanti da imparare nella vita.
– La sofferenza a cui ci espone la morte, sia nella forma della perdita fisica di una persona o di beni materiali, che nella forma della fine di un rapporto, una carriera, un sogno, ci insegna l’umiltà e l’empatia verso il prossimo. La morte è democratica.
– Inoltre, accettare la fine è l’unico modo per permettere il nuovo inizio: è il passaggio a una nuova forma di sé stessi, di qualsiasi ambito si tratti.
– La morte ci ricorda, più di ogni altra cosa, quanto è bella la vita. Bisogna ammetterlo che spesso ce lo dimentichiamo.

E tu? Come è il tuo rapporto con la morte? Raccontami nei commenti, dopo aver sentito attentamente questa canzone di Mario Castelnuovo:

E se la morte fosse un’alleata della vita?
4.9 (97.78%) 9 votes
CHIUDI
CLOSE
Share This