Nella quotidianità spesso sentiamo usare, o usiamo noi stessi, la parola compassione nel senso spregiativo di commiserazione, pena, sdegno, pietismo, piccolezza, umiliazione o disprezzo. In realtà, si tratta dell’uso distorto di questo termine, spesso così sfociando in durezza, indifferenza, impassibilità e anche crudeltà.

La compassione non ha nulla a che vedere con il ledere la dignità (in maniera più o meno velata), non è uno sguardo penoso dall’alto verso il basso per sottolineare la propria superiorità e dissociarsi (come succede anche nel caso di pietà che sembrerebbe nobile).

Al contrario: la compassione riconosce e restituisce la dignità laddove è mancante, è uno sguardo amorevole e inclusivo, a tu per tu, sullo stesso piano.

È una comunione autentica, non un distacco.

L’umanità è impossibile senza la compassione. E viceversa, la compassione riguarda il rapporto con l’umanità, propria e quella altrui.

Riguarda in particolare le condizioni proprie all’essere umano difficili da accettare: la vulnerabilità, le disgrazie, l’incapacità, la fragilità, il dolore, l’impotenza, la sofferenza, la fallibilità, l’imperfezione, la debolezza, la caducità, la transitorietà, la mortalità. Ma si riferisce anche agli altri esseri viventi.

Proviene dal latino “cum” (insieme) e “patior” (soffro), e si potrebbe definire come sentimento di partecipazione alle sofferenze altrui senza giudicarle, la capacità di percepirle emozionalmente, anche non potendole alleviare o non necessariamente volendo farlo.

È un movimento di relazione, non sempre risultante in un movimento esterno (un gesto, una parola o un’azione).

Entrare in contatto con la sofferenza non è facile, è responsabilizzante, vuol dire prenderla in carico in qualche modo, riconoscere la sua esistenza.

Questo per i più è un carico troppo grande dal punto di vista emotivo, anche perché ricorda che si potrebbe essere a sua volta colpiti dalla sofferenza (il che genera la paura, che si vorrebbe esorcizzare).

Per questo la reazione molto spesso è di rifiutarla, negarla, distanziarsi o porre frettolosamente il rimedio con un’azione riparatrice o una parola consolatoria. Non vederla è più comodo, permette di rimanere nella propria zona di comfort.

Provare compassione vuol dire essere toccati dalla sofferenza, senza evitare il contatto o distaccarsi quando la si contatta.

Significa riconoscere il dolore come parte integrante dell’esistenza, come inevitabile esperienza umana.

Significa dire “So che questa sofferenza non è mia, ma sento che questa persona la prova e che è difficile” ed offrirsi a sostenere la persona a reggere il peso di questa esperienza mentre la sta attraversando.

La compassione permette all’altro di sentirsi accettato ed anche in qualche modo celebrato nella sua umiltà, permette di dare un senso alla propria sofferenza davanti ad un testimone che non giudica ma accoglie senza temere il contagio del dolore così pericolosamente vicino. Permette di raccontare tacitamente il proprio dolore a un ascoltatore attento e ricettivo. Questo è già di per sé terapeutico, oltre ad essere profondamente intimo.

Di solito dalla compassione emerge la comprensione, la gentilezza e il desiderio di cura o di alleviare la sofferenza.

Compassione verso sé stessi è altrettanto importante quanto quella verso gli altri, e sono interconnessi.

Provare compassione nei confronti di sé stessi significa essere aperti e partecipi nei confronti della propria sofferenza senza evitarla o disconnettersi.

Non giudicare sé stessi in alcun modo può sembrare l’egocentrismo, ma l’egocentrismo è caratterizzato da un dialogo interiore severo e rifiutante nei confronti di sé stessi a differenza del dialogo interiore della compassione caratterizzato dalla gentilezza e dall’accettazione.

L’autocompassione non è l’autocommiserazione né induce alla passività, ma diventa la base sicura per un processo di trasformazione e di cambiamento che scaturisce dalla piena accettazione di sé stessi e dall’amorevolezza nei propri confronti. Vedere sé stessi senza timori fa sì che si agisce senza timori.

Parimenti, la compassione nei confronti degli altri risulta in una loro trasformazione o l’innesco del cambiamento, ma anche nella trasformazione della persona che prova la compassione. È la tipica posizione win-win, tanto desiderata e auspicata.

L’amore è sempre ispirante, da qualsiasi parte arrivi.

Inoltre, la capacità di provare compassione nei confronti di sé stessi costruisce e rinforza la capacità di provarla anche nei confronti degli altri, di riconoscere la interconnessione tra sé e l’altro.

Perdonarsi la propria umanità rende possibile e più facile perdonare agli altri la loro umanità. Il proverbio “Chi patisce, compatisce” riassume efficacemente in tre parole questo concetto.

Quindi la compassione, un sentimento apparentemente “inutile” e quasi noioso, senza alcuna praticità, vantaggio o tornaconto, è invece molto dinamico, efficace e incisivo nel produrre il cambiamento che, per quanto sappiamo essere fondamentale nell’essere vincenti, non è facile per un essere umano.

È fondamentale per la costruzione di un’autostima autentica, ed altrettanto fondamentale per la costruzione di rapporti autentici, quindi si può considerare strumento indispensabile per l’empowerment.

E chi di noi non desidera essere vincente, essere capace di cambiare quando è necessario, avere una buona autostima e dei rapporti soddisfacenti?

Del resto, la nostra specie è geneticamente dotata dalla capacità di decodificare gli stati emotivi degli altri, assumendone il ruolo e la prospettiva e rispondendone affettivamente alle emozioni, come dimostrano gli studi sui neuroni specchio legati all’empatia, la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” e l’attitudine ad offrire la propria attenzione a una persona, mettendo da parte le preoccupazioni e i pensieri personali per sintonizzarsi sui sentimenti e i bisogni fondamentali dell’altro, che siano gioie o dolori.

È funzionale alla sopravvivenza saper attivare uno scambio, saper mettere in primo piano la percezione e la visione che l’altro ha della realtà, senza tuttavia confonderla con la propria, ed essere capaci di comunicare la propria partecipazione così che l’altro la percepisca effettivamente.

Come si può notare, l’empatia ha delle similitudini con la compassione, con le differenze di una minor profondità di partecipazione, maggior espressione ed esplicita comunicazione/azione e l’inclusione anche di emozioni e sensazioni piacevoli.

In un certo senso, l’empatia è l’anticamera della compassione.

La dedizione positiva, la gentilezza e il perdono sono più intensi nella compassione, che è una specie di scorciatoia verso l’altro, verso la sua intimità, le sue profondità in cui nessuno è diverso dall’altro. Ma per arrivare così lontano l’empatia è un buon allenamento.

È un’abilità che può essere costantemente sviluppata, quella di partecipazione sul piano affettivo, sia che si tratti di empatia che di compassione, con inestimabili benefici a livello emotivo, cognitivo, comportamentale, di salute fisica e di successo sociale, carriera compresa.

Provare per credere.

Oggi più che mai ne abbiamo bisogno della compassione.

E tu? Quanto sei compassionevole e cosa ne pensi di questo sentimento? Raccontami nei commenti!

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