Quando si parla del cambiamento, la maggior parte di noi è riluttante, in modo più o meno consapevole.

Alcuni apertamente temono il cambiamento e lo evitano a tutti i costi oppure si oppongono con forza, mentre altri affermano di volerlo ma di fatto lo rifuggono o lo sabotano velatamente. Pochi sono in grado di abbracciare i cambiamenti con semplicità.

In realtà, il cambiamento è inevitabile ed è l’essenza della vita. Il cambiamento accade comunque e lo possiamo osservare sul corpo fisico, condizioni, di vita, comportamento, stile espressivo, tipologia di relazioni, attività lavorative, interessi, tonalità emotive e linguaggi verbali e non verbali che usiamo. A che non è successo di esclamare, vedendo una fotto di qualche anno fa: “Ma sei tu? Non ti riconosco!”

Siamo inseriti nel contesto ambientale che continuamente cambia. Interagiamo con gli altri che continuamente cambiano.

L’essere umano è sempre immerso in un perenne flusso di cambiamenti, solo che a volte sono agiti e a volte subiti.

Non possiamo evitare il cambiamento, ma possiamo determinare il nostro ruolo attivo oppure limitarci ad essere gli spettatori o subirlo passivamente.

Assumere il ruolo attivo significa assumersi la responsabilità sia di generare il cambiamento attivamente, che di agire attivamente nel caso di cambiamenti sui quali non abbiamo il potere decisionale (decisi da altri o dalle contingenze) o sono frutto di forza maggiore (l’imprevedibilità della vita).

Il nostro corpo cambia, ma sta a noi decidere in quale direzione: cura o incuria. E questo vale per tutti gli ambiti della vita.

La cura richiede l’attenzione, l’investimento in termini di tempo e di energie, la capacità di stabilire la priorità, l’intenzione.

Se non curiamo una casa, versa nelle condizioni di deperimento. Cambia, ma in peggio. Se non curiamo una pianta o lo facciamo inadeguatamente, si secca o marcisce. Cambia, ma in peggio. Se non curiamo le relazioni, si affievoliscono o si interrompono. Cambiano, ma in peggio. E così via: vale per tutti gli ambiti, figuriamoci per l’essere umano, nel suo aspetto esteriore ed interiore.

La vita è un progetto, cui la realizzazione richiede un costante monitoraggio e adeguamento. Se non apportiamo i cambiamenti, li apporterà essa stessa. Questo ci terrorizza.

E quindi, cosa è la resistenza al cambiamento?

Si potrebbe definire come la tendenza a mantenere lo status quo.

Mantenere lo status quo soddisfa uno dei bisogni primari dell’essere umano: quello di sicurezza e stabilità, correlato all’istinto di sopravvivenza. Effettivamente, non solo l’essere umano ma qualsiasi cosa per sopravvivere ha bisogno di una base stabile.

Ma attenzione: il bisogno di sicurezza non è l’unico dei bisogni dell’essere umano. Il bisogno di diversità è altrettanto importante ed è correlato all’evoluzione. Senza cambiamento non c’è l’evoluzione. E l’evoluzione è correlata alla sopravvivenza, se non si evolve si estingue.

Ovvero, come recita il motto di crescita-personale.org: Tutto ciò che non cresce muore!.

Perché la resistenza al cambiamento? Ecco alcuni motivi:

1. Paura dell’ignoto – ogni cambiamento è un’incognita, sappiamo da dove veniamo ma non sappiamo cosa ci aspetta e questo ci spaventa così tanto che ci prefiguriamo solo le possibilità di cambiamento in peggio. Se sostituiamo la paura con la fiducia, possiamo iniziare a prefigurarci anche i possibili cambiamenti in meglio;

2. Difendere i vantaggi della situazione attuale, gli interessi che abbiamo a mantenere lo status quo – alcuni sono evidenti, ma a volte questi vantaggi non sono visibili e neanche facilmente scopribili: si chiama “guadagno secondario” il fenomeno di restare in una situazione svantaggiata per noi, ma in cui siamo esentati dall’affrontare qualche altra problematica o tematica difficile per noi (ad esempio, resto in una relazione disfunzionale e insoddisfacente per non affrontare la paura della solitudine). Se iniziamo a chiederci quali sono i possibili guadagni dal perdere i nostri vantaggi (la domanda che all’inizio ci sembra fuori dalla logica), possiamo sbloccarci ed aprirci ai nuovi orizzonti;

3. Vittimismo – diciamocelo sinceramente: il ruolo della vittima è comodo, deresponsabilizzante. È molto più facile dare la colpa per il nostro malessere al partner, ai genitori, al governo, al datore di lavoro, ai traumi del passato, all’incertezza del futuro, agli amici, ai nemici, alla crisi…piuttosto che assumersi la responsabilità di cambiare per uscirne fuori. Intendiamoci: tutte le difficoltà oggettivamente esistono, ma non sono il motivo per restare passivamente nella situazione insoddisfacente;

4. Pigrizia – banalmente, per cambiare bisogna “alzare il culo” e impegnarsi ad apprendere cose nuove, fare delle azioni concrete e superare le pressioni provenienti dall’ambiente, oltre alle nostre paure e resistenze. Possiamo fornirci la motivazione se cominciamo a considerare la fatica che ci costa rimanere in quella situazione, invece di focalizzarci solo sulla fatica di cambiare.

E tu, opponi la resistenza al cambiamento? Raccontami nei commenti!

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