L’essere umano, lo sappiamo, tende ad essere abitudinario.

Questo è da una parte un bene perché permette di semplificare la gestione di una serie di gesti quotidiani, ottimizzando l’uso di energie fisiche e mentali liberandole per dedicarci ai compiti più complessi, sviluppare la creatività, promuovere la crescita personale, migliorare complessivamente la qualità della nostra esistenza (come per esempio nel caso di pulizia personale e dell’ambiente, guidare, muoversi nell’ambiente di casa o altri ambienti frequentati quotidianamente o spesso, eseguire procedure lavorative semplici, e così via, ma anche rapportarsi con le persone).

Ma dall’altra parte, quando l’abitudine (e ancor più l’abitudinarietà) prende il sopravvento, può diventare deleterio, peggiorando l’uso e l’amministrazione delle nostre energie; di questo ne abbiamo già accennato parlando della zona di comfort.

Sant’Agostino ha riassunto questo rischio nella frase “L’abitudine a cui non poniamo resistenza diventa necessità”.

Quando qualcosa diventa necessità ci lascia poca scelta. Come si dice nel linguaggio popolare, le abitudini sono “dure a morire”, anche quando sappiamo con certezza che si tratta di abitudini nocive, figuriamoci quando non siamo neanche consapevoli di avere un’abitudine o la consideriamo una cosa “normale” o perfino buona.

Si tratta, quindi, di stare attenti a cosa permettere di diventare l’abitudine. E monitorarlo costantemente. Siamo sinceri, in pochi lo facciamo. Il “pilota automatico” spesso diventa non più ausiliare ma quasi il “comandante” della nostra esistenza.

Parliamoci chiaro, interrompere un’abitudine non è facile. Proprio per il fatto che tendiamo ad essere abitudinari. Richiede un investimento energetico in termini di attenzione, di scelta e di sforzo di dirottare il comportamento e/o costruire una nuova modalità.

Per questo tendiamo a rimandarlo all’infinito, o rinunciamo in partenza (“non è possibile” o “non ce la faccio”) oppure strada facendo (“ci ho provato, ma sono incapace”, “è più forte di me”).

Nelle condizioni di quotidianità, sempre la stessa, è ancora più difficile interrompere l’abitudinarietà consolidata.

C’è una specie di reciproco consolidamento. Per questo è un buon metodo scegliere di farlo in momenti di “stacco”, come le ferie, il viaggio, la malattia, il trasloco, il trasferimento, insomma qualsiasi cambiamento concomitante.

E poi qualche volta ci aiuta la vita con gli imprevisti. Gli imprevisti ci spiazzano. Ma spezzano la quotidianità. Ed è questo che ci serve per aiutarci a cambiare le abitudini.

L’emergenza Coronavirus è senz’altro uno degli imprevisti. A livello sia nazionale che personale in qualche modo e in qualche misura ci tocca. Gran parte della popolazione si trova a subire una specie di “reclusione”, di isolamento forzato, che ciascuno vive a modo suo.

Indubbiamente, a prescindere come viviamo questa situazione a livello psicologico, è un periodo che ci costringe a rivedere i nostri comportamenti abituali. In alcune cose ci vieta espressamente e in alcune ci obbliga.

Possiamo reagire in molti modi a questo fatto, e dato che si tratta di qualcosa su cui non possiamo influire, ci resta da “cavalcare l’onda” (ovvero scegliere la cosa migliore da fare). Siccome esula dalla quotidianità, ci offre l’opportunità di rivedere ed esulare dalle nostre abitudini.

Lo stop forzato può essere un’ottima base per prepararsi alla ripartenza. Preparasi richiede la riflessione, prima di tutto.

Vediamo alcune cose su cui sarebbe utile riflettere.

Le abitudini non si sradicano combattendole, ma introducendo le altre abitudini scelte appositamente – Quando vogliamo combattere qualcosa, in realtà gli diamo attenzione ed energia, e in questo modo lo rinforziamo. Praticamente non dando più l’attenzione, l’energia e il tempo alle abitudini che vogliamo sradicare le facciamo “morire”, spegnere lentamente, mentre nutriamo quelle che vogliamo far instaurare e crescere.

Quando la nostra vita è libera dalle azioni automatiche (legate all’andare a lavorare, a frequentare certe persone, certi luoghi fuori dal lavoro) possiamo con più facilità introdurre le variazioni e mantenerle nel tempo.

Più o meno, il tempo di stop forzato corrisponde al tempo sufficiente per instaurare una nuova abitudine: scegliamo con attenzione quale o mettiamo in pratica quella che da anni “aspettava il momento giusto”. “Che cosa mi porterebbe maggior benessere, quale nuova abitudine?” – è una domanda a cui forse all’inizio non sapremo dare la risposta, ma se la poniamo prima o poi avremo qualche indizio.

Rivalutare il valore di sé stessi: di sé stessi personalmente e degli esseri umani in generale – Tante volte noi e gli altri abbiamo messo al primo posto i beni materiali, il denaro, il prestigio o altre cose, mettendoli davanti al fattore umano. In questi giorni tutto si sta fermando semplicemente perché non ci sono le persone, non c’è nessuno che usa gli edifici, i servizi, i prodotti, nessuno che ammiri il prestigio di qualcun altro.

Questo rende evidente una cosa ovvia e banale: l’unico vero valore sono gli esseri umani. Il potere lo ha il popolo, le persone “semplici”. Il potere lo hai tu, io; ciascuno di noi ha da rendersi conto del potere che ha, e da accettare il proprio potere personale, a partire dalla propria vita. Il potere significa anche la responsabilità, per cui riflettiamo su queste due parole, su qual è il nostro rapporto con questi concetti e su cosa possiamo fare per migliorarlo.

Se mi rendo conto che sono io ad avere un valore grande posso rivalutare il mio rapporto con me stesso, il rapporto degli altri con me o il mio con gli altri.

Rivalutare l’uso del tempo – Il tempo è in realtà l’unica ricchezza che abbiamo, visto che la vita consiste nel tempo concessoci per viverla, esperirla.

Quanti di noi usano il tempo per fare quel che effettivamente vogliono? D’accordo, ci sono alcune cose che non vogliamo ma decidiamo di fare perché ci permettono di accedere ad altre che vogliamo realmente…ma nel tempo rimanente quanto ci dedichiamo a quel che desideriamo? E quanto invece rimandiamo, archiviando con la solita frase “lo farò un giorno”? Nel periodo dello stop forzato sto facendo quel che ho sempre rimandato? Se la risposta è “no”, c’è da farsi qualche domanda più approfondita. “Che cosa voglio davvero ora?” – è la domanda da farsi in realtà tutti i giorni, e ora non abbiamo più la scusa della fretta per non farla.

Rivedere con chi passare il proprio tempo – Per molti di noi più tempo passato a casa è l’occasione per stare di più con i propri familiari con i quali, in corsa con gli impegni quotidiani, passiamo troppo poco tempo o non ce lo godiamo appieno, anche perché inquinato dal nervosismo dovuto alla fretta ed alla pressione degli obblighi vari; è l’occasione di ritrovare il piacere di stare insieme, magari dopo aver pensato erroneamente di non avere più questo piacere.

Per altri potrebbe essere l’occasione di rendersi conto che si è diventati estranei negli anni, di non avere nulla in comune e di aver continuato a vivere insieme per abitudine, per convenienza o per paura di solitudine.

Anche in questo caso la presa di consapevolezza ci mette davanti alla scelta come procedere. Lo stesso principio vale per le persone con le quali non conviviamo ma manteniamo un legame di amicizia o di qualsiasi livello di frequentazione fisica o contatto anche solo telefonico.

Oppure il contrario: forse ci sono le persone con le quali avremmo sempre voluto approfondire il contatto, ma abbiamo sempre rimandato per qualche motivo. Forse è l’ora di farlo, di dedicarne un po’ di tempo e di energie.

Curare la propria salute – Sembra banale, ma non lo è: quanti di noi per mancanza di tempo dai ritmi lavorativi “perché non è proprio urgentissimo e grave” aspettano di fare un controllo preventivo qualsiasi, un ciclo di trattamento dall’osteopata per il mal di schiena o dolore cervicale, una chiacchierata con il coach/counselor/psicologo per la gestione dello stress o l’ansia, una visita dal dermatologo, e così via? Magari perché diamo la precedenza alla cura dei figli.

Ma ricordiamoci che i problemi sono più facilmente arginabili quando sono piccoli e che i figli hanno bisogno prima di tutto di genitori in buona salute e liberi da acciacchi che possono essere corretti finché sono lievi senza aspettare che si cronicizzino e diventano gravi.

A volte è sufficiente un paio di consulenze e un paio di esercizi da fare a casa quotidianamente per ritornare a sorridere invece di avere una smorfia dolorosa o preoccupata, senza contare il buon esempio di cura di sé stessi che si offre ai figli. Usiamo il tempo di forzato riposo per riflettere su cosa abbiamo trascurato in noi, a livello fisico o psicologico.

Rivedere il rapporto con il proprio lavoro – Smettere forzatamente di fare il lavoro può essere una buona occasione per sperimentare come si sta senza questo lavoro, chiedersi se lo si desidera continuare a fare.

A molti capita di non amare il proprio lavoro, quando non proprio di odiarlo, ma di non avere coraggio né voglia di cambiarlo, spinti magari dalla paura di non trovare null’altro o nulla che sia all’altezza del compenso percepito o altri criteri rilevanti. Molti sono assaliti dalla paura di perdere un lavoro che addirittura odiano fare.

Bene, ora molti sono davanti al rischio concreto di perdere il lavoro. Forse è ora di riflettere su “Cosa mi piacerebbe davvero fare? Cosa potrei fare per avvicinarmi a quel che desidero fare? Che percorso di (ri)qualificazione potrei intraprendere? Come potrei investire le risorse che ho a disposizione per crearmi una nuova opportunità?”.

Oppure, se il lavoro in fondo mi piace, cosa potrei fare per “salire di livello” qualitativamente? La stessa cosa vale per chi ha un’attività autonoma, costretta a fermarsi: chiedersi se la si vuole davvero continuare e se sì, che cambiamenti si potrebbero introdurre per poter ripartire con il rinnovato entusiasmo e le opportunità amplificate?

Rivalutare la vicinanza intima – Questo vale non soltanto per l’intimità fisica, ma anche per l’intimità emotiva, sia che si tratti di rapporti sentimentali che di amicizie. Forse anche qui molte cose le facciamo per abitudine.

L’intimità richiede un ascolto attento e profondo sia di propri bisogni, che di bisogni e le risposte da parte degli altri, è un percorso che si crea passo passo in una danza di reciproche risposte, aperture e chiusure, di gesti concreti e parole precedute e succedute ad essi.

La paura dell’intimità è molto diffusa, anche se mascherata dalla forzata e precipitosa vicinanza fisica e gestualità. Forse la distanza fisica forzata ci può aiutare a rivalutare il valore dell’intimità emotiva.

E tu, in che modo sai sfruttare l’imprevisto? Riesci a cambiare le abitudini con facilità o sei tra quelli che si arrendono? Dimmelo nei commenti!

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