donna che attraversa un terreno diviso tra fertilità e ariditàSolitamente nel periodo delle festività di fine anno tutti pronunciamo o ci sentiamo indirizzare gli auguri di cambiamenti positivi nella vita.

Teoricamente, ognuno di noi sospira dei cambiamenti in meglio. Ma in pratica questo spesso rimane un vano sospirare e non si traduce in azione concreta. È stata una sorpresa per me scoprire che sul motore di ricerca Google una delle parole più cercate dagli italiani nel 2013 è stata l’espressione “cambiare decisamente vita”; questo parla chiaramente del bisogno impellente, appunto quello del cambiamento, parla dell’insoddisfazione che si vorrebbe modificare.

Ma dall’altra parte siamo quotidianamente testimoni di quanto spesso le vite delle persone, nostra compresa, rimangano bloccate, frustrate, irrealizzate o deteriorate (in vari ambiti, da quello professionale a quello sentimentale e amicale, passando per salute e benessere) per motivi in quasi totalità delle volte riconducibili alla paura di affrontare un cambiamento.

L’avversione verso il cambiamento di qualunque genere è molto comune. Diciamocelo sinceramente: noi esseri umani siamo inclini alla stasi. Secondo alcune stime, solo il 10% delle persone trova naturale affrontare i cambiamenti, coltivando la fluidità e il coraggio di vivere la vita come un costante processo di creazione.

La ricompensa è l’appagamento: esattamente quello che manca a coloro che sul motore di ricerca Google hanno fatto diventare l’espressione più ricercata quella relativa al cambiare decisamente vita.

Ci sono tanti tipi di cambiamento, dei quali alcuni sono più facili e accettabili come possono essere quelli riferitii al lavoro, che riguardano maggiormente l’area delle competenze.

I cambiamenti più difficili da accettare sono collegati alla sfera emotiva, nella quale sono coinvolti gli affetti (questo è particolarmente evidente nel lutto o in caso di separazione da un partner o dalla famiglia, ma anche nella rinuncia a vivere la relazione di un amore autentico).

Cambiamenti che riguardano la socialità (la capacità di gestire i rapporti con amici, i traslochi o trasferimenti in altre città, l’entrata in nuovi gruppi di lavoro o di sport) dipendono molto dalla flessibilità, mentre quelli riferiti al benessere/salute spesso toccano la sfera della forza di volontà.

In ogni caso, la parola “cambiamento” nonostante sia sospirata, non sempre suscita dei sentimenti positivi e il motivo è la sua caratteristica principale: l’imprevedibilità del cambiamento.

Questa fa sì che ne abbiamo paura e lo evitiamo, con il rischio di rimanere statici e più o meno infelici. Perdiamo di vista che il cambiamento è crescita ed energia. Perdiamo di vista il fatto che l’unica costante della vita è proprio il cambiamento: può essere in meglio o in peggio, evolutivo o involutivo (e la stasi, a cui siamo tanto affezionati, porta necessariamente verso il processo involutivo). Questo fatto di per sé dovrebbe indurre una riflessione: visto che volente o nolente cambiamo nella vita, perché non farlo nella direzione che vada in meglio?

La paura del cambiamento è tale che opponiamo la forte resistenza anche ai cambiamenti che sappiamo quasi per certo essere positivi. Può sembrare strano, ma la felicità ci spaventa. Perché fa parte dell’ignoto. “Sai quello che lasci, ma non sai quello che trovi” è per molti quasi un comandamento, tanto da continuare a scegliere la vecchia, cara, familiare, certa, insoddisfazione.

Ogni novità ci costringe a metterci in discussione. E viceversa: mettendoci in discussione generiamo il nuovo, il cambiamento.

Se non conosciamo noi stessi in versione “felici” o “realizzati professionalmente” o qualsiasi altra variante desiderabile e razionalmente approvata, una parte di noi farà la resistenza o saboterà la sua realizzazione. E ci terremo la nostra solitudine invece della relazione di coppia soddisfacente, il nostro stress lavorativo invece dell’ambiente dove amiamo esprimere le nostre abilità, la nostra amicizia ormai inesistente invece delle relazioni d sostegno e apprezzamento autentico…gli esempi sono infiniti.

Ricominciare continuamente fa parte della vita, è la sua natura (serve ricordare la ciclicità presente ovunque?). Altrimenti si muore o ci si ammala.

Secondo voi, la noia e l’apatia da dove provengono? Dall’impedire sistematicamente al nuovo di entrare nella nostra vita, di mettere in discussione se stessi, il proprio sapere, valore, azioni, idee, convinzioni, schemi mentali, pregiudizi, abitudini… Questo provoca dei cambiamenti a volte piccoli, a volte molto profondi, a volte piacevoli, a volte dolorosi, ma che in ogni caso valeva la pena affrontare. Ciascuno conserva nella memoria qualche episodio del cambiamento che era temuto o doloroso, trasformatosi poi in qualcosa di valore.

Ricordiamoci che l’essere umano ha bisogno di certezze e di stabilità fino a un certo punto, dopo il quale la zona di comfort diventa da base sicura una prigione, impedendo la soddisfazione del bisogno di varietà, necessario per la crescita, in qualsiasi ambito.

Forse è superfluo sottolineare quello che ciascuno di noi ha di certo sperimentato nella vita: se ci rifiutiamo di cambiare appositamente, ci pensa la vita stessa a costringerci ai cambiamenti, a questo punto spesso in modo traumatico (più raramente in modo inaspettatamente bello).

Indice

I motivi per cui abbiamo paura di cambiare nella vita potrebbero riassumersi in:
* paura di quello che non conosciamo (comprese le cose belle e desiderabili),
* dubbio di potercela fare (mancanza di fiducia in noi stessi),
* paura di sbagliare,
* convinzione di avere solo una scelta (simile al pensiero dicotomico: o sarà bianco o sarà nero),
* paura del giudizio degli altri,
* attaccamento (alle cose, persone, ambienti, stati d’animo – anche, e soprattutto, quelli negativi),
* paura che lo stato di emergenza causato dal cambiamento possa durare per sempre (riflettendoci, ci rendiamo conto che questo non è proprio possibile, in quanto è fisiologico che ci sia uno sviluppo); paradossalmente, siamo noi in grado di prolungare quasi per sempre uno stato dell’impedimento a cambiare di una situazione, creando una sofferenza ben più grave di quella che temiamo.

La paura di perdere il controllo, che forse sta alla base di tutti questi motivi, ha per risposta una notizia liberatoria: anche la stasi e il soggiorno troppo prolungato nella zona di comfort ha per l’effetto la perdita di controllo – un po’ come nel caso della paura della morte lo è la notizia che comunque moriremo tutti.

Un aforisma di Ben Herbster riassume bene la risposta sia alla paura del cambiamento che a quella della morte:
“Il più grande spreco nel mondo è la differenza tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.”
Superare la paura si può.

Alcune strategie utili:
– Circondarsi di diversità, specialmente quando questa implica il contatto con qualcosa che non ci piace, per scoprire quanta ricchezza esista nel mondo.
– Esporsi consapevolmente alla difficoltà delle scelte, da quelle semplici e quotidiane fino a quelle grandi che cambiano la vita. Al riaffiorare nella mente della frase spauracchio “E se succede che…?” ricordiamoci che niente si può prevedere ed è un bene, vista la quantità di previsioni catastrofiche generate dalla nostra mente e fortunatamente ignorate dalla vita. La vita è infinitamente più generosa dalle nostre capacità predittive. Non esistono scelte sbagliate, sbagliato è non scegliere.
– Fare un piccolo cambiamento, un passo alla volta. Ogni cambiamento, anche il più piccolo, ci rende più forti e aumenta la sicurezza e fiducia in noi stessi; col tempo aumenta la consapevolezza della nostra capacità di lanciarci in qualcosa che ci creava difficoltà e di cavarcela, aumentando perfino il senso di soddisfazione. Questa frase di Mike Murdock può essere un utile promemoria: “Non cambierai mai la tua vita finché non cambierai qualcosa che fai tutti i giorni.”
– Fantasticare quante belle cose potrebbero succedere, magari trovando una variante bella per ogni variante catastrofica. Prendendola come un gioco mentale, tipo La settimana enigmistica o inventare le finali diverse per una storia.
– Chiediamoci cosa renderebbe veramente felici proprio noi intimamente, non gli altri e le loro aspettative: quali esperienze, quali emozioni, quali persone accanto a noi. Opinione degli altri su di noi non può essere più importante della nostra soddisfazione interiore. Quando tireremo le somme alla fine della vita, il giudizio degli altri non avrà nessunissimo peso, staremo da soli con noi stessi…perché non ricordarcelo ogni tanto prima di arrivare a quel punto?
– Cercare di stare più possibile in compagnia delle persone che accettano i cambiamentine fluiscono con essi, o almeno di coloro che si mettono in discussione partecipando ai vari corsi di crescita personale, anche solo per curiosità.

Non camminare più per le strade familiari può renderci spaventati o nostalgici, ma la realizzazione del nostro potenziale inespresso genera l’entusiasmo e la gioia di camminare per le strade sconosciute, che sono la metafora delle parti sconosciute di noi. Concludo con parole di Krishnamurti:
“Il vero cambiamento, la vera rivoluzione avviene abbandonando il noto per l’ignoto; sostituire al noto qualcos’altro che conosciamo non è un cambiamento.”

E tu, come affronti la tua paura del cambiamento? Sai individuare almeno un cambiamento in meglio che temi, per esempio felicità mai provata prima, la pace del perdono o leggerezza del lasciar andare? Sono sicura che ne avrai tanti diversi da raccontare. Dimmelo nei commenti dopo aver visto il video di Brunori Sas “La vertià”!

Paura del Cambiamento
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