Le emozioni sono di certo l’argomento che maggiormente sta a cuore agli esseri umani, imprescindibile parte dell’esistenza.

Temute e agognate. Rifiutate e desiderate. Subìte e indotte, cercandole a volte compulsivamente. Croce e delizia. In ogni caso, nessuno ne è indifferente, compresi coloro che vorrebbero raggiungere l’indifferenza nei loro confronti. Si può dire tranquillamente che le emozioni determinano la qualità della nostra vita.

Negli anni ’60 lo psicologo americano Paul Ekman fu il primo a confutare la teoria culturale dell’emozione, secondo la quale le emozioni sono comportamenti acquisiti, trasmessi culturalmente, e dimostrò scientificamente la natura universale ed innata delle emozioni, almeno quelle fondamentali: gioia, sofferenza, rabbia, paura, sorpresa e disgusto.

Non c’è cultura in cui queste emozioni siano assenti, e con le medesime espressioni facciali, universali negli esseri umani quanto il respiro.

Ovviamente, i sentimenti soggettivi, l’esperienza individuale che sta dietro ciascuna di queste espressioni universali rimane più misteriosa, esattamente quanto è misterioso ciascun essere umano in sé.

La sfera emotiva è spesso vissuta come problematica, tanto che in quasi totalità dei casi è inclusa nel motivo per cui ci si rivolge ad un professionista per l’aiuto nella gestione o nel “trovare il rimedio”: che sia un coach, un counsellor, uno psicologo, lo psicoterapeuta, l’arteteraputa o il terapeuta corporale, si trova ad avere a che fare con la tematica delle emozioni.

Lo psicoterapeuta Nathaniel Branden ha scritto una definizione molto precisa e sintetica di cosa sia un’emozione: una reazione valutativa a qualcosa che ci accade. Una risposta.

Una risposta a cosa? A tutto: all’osservazione di un comportamento (verso se stessi o qualcun altro), alle parole ascoltate o lette, alla visione di una scena (nella vita reale o virtuale), ad un gesto, ad una riflessione…a tutto questo proviamo un’emozione come risposta.

Ma non una risposta a caso. È sempre una risposta in base ad una valutazione (o, come dicevamo, una reazione valutativa). Questo significa che prima di rispondere con la rabbia, la gioia, la sorpresa, la sofferenza, la paura, il disgusto, noi abbiamo valutato quel che sta accadendo come ingiustizia, delusione, piacere, dolore, rifiuto…ovvero esprimiamo un giudizio. E questo accade anche se la reazione sembra immediata. Sì, noi esprimiamo un giudizio interiore anche in un nanosecondo. Un giudizio che può appartenere ad una delle due categorie: positivo o negativo.

Che ci piaccia o no, le emozioni che viviamo dipendono dal giudizio che emettiamo. Lo so, questo toglie fascino e drammaticità a molte emozioni provate, di cui è decisamente più figo “sentirsi in preda” piuttosto che prendersene la responsabilità (ed anche questa, del “più figo” è una valutazione!).

Qui è il cuore del concetto dell’indipendenza emotiva: ogni emozione non dipende mai da quello che ci accade ma da come giudichiamo quello che ci accade.

Indipendenza emotiva significa quindi due cose fondamentali: responsabilità e libertà. Sempre.

Lo so che a molti fa storcere il naso, ma libertà e responsabilità sono indissolubilmente collegati. La difficoltà di accettare questo fatto è il motivo per cui nella maggior parte dei casi gli esseri umani sostanzialmente rifiutano la libertà (e parlo di tutti gli ambiti della vita), anche se a parole la reclamano.

Siamo noi a stabilire che reazione avremo. Mai qualcun altro. Se pensiamo che dipenda da qualcun altro che reazione avremo ai suoi comportamenti, gli abbiamo dato il potere su di noi. Suona allarmante? Lo è. Se abbiamo permesso che stabilisca al posto nostro la nostra reazione, significa che abbiamo rinunciato al proprio potere.

Rinunciare al proprio potere (figlio della libertà e della responsabilità) ci rende facili prede della manipolazione altrui, da quella individuale a quella di massa. Ora “sentirsi in preda” di un’emozione suona meno figo? Non lo è per niente!

Rinunciare al proprio potere significa adeguarsi agli altri. Continuamente. Spesso lo facciamo nel dome dell’amore.

Dove sei tu in tutto questo? E secondo te, che livello di autostima hai?
Risposta a ciascuno, nel proprio intimo.
Quello che crediamo sia l’amore spesso è solo una semplice dipendenza.
Imparare a godere di noi stessi, sia se siamo soli che in compagnia, ed evitare che la nostra felicità dipenda dagli altri, e la base di una buona autostima. E viceversa: aumentando la nostra autostima, aumenta la nostra capacità di permetterci di essere felici. L’unico amore che conta è quello verso se stessi.

Amore e dipendenza sono avversari; se coesistono, ci distruggono. Se questo capita, anche se la relazione continua, l’amore scompare e si sottomette alla dipendenza. Questo è il motivo per cui confondiamo e identifichiamo l’amore con le farfalle nello stomaco, l’angoscia ed il dramma, il sottomettersi al partner e le emozioni che ci genera (qui le radici affondano nelle emozioni generate e represse nell’infanzia, che poi si cercano compulsivamente di ripetere durante la vita, se non consapevolizzate; ma è un argomento a parte, piuttosto complesso).

Parlando delle relazioni intime, possiamo amare il nostro partner, ma mantenere una buona autostima per crescere personalmente. L’amore non è angoscia, le farfalle impazzite nello stomaco, l’ossessività, né concedersi totalmente al proprio partner, con il concetto del sacrificio in sottofondo.

Questo non significa che dobbiamo reprimere le nostre emozioni. Il contrario, le emozioni sono degli indizi utili su cosa va bene per noi ed è sano per la nostra vita e cosa no.

Se qualcosa genera la rabbia, la sofferenza o dolore in noi come risposta, ci dà l’informazione utile: va cambiato. E se non può essere cambiato, va allontanato. Se qualcosa genera in noi la gioia autentica, va mantenuto e curato.

È semplice. Siamo noi che lo complichiamo introducendo le nostre aspettative o andando in cerca delle emozioni negative a cui siamo assuefatti per abitudine o per noia in assenza di gioia autentica.

Come possiamo proteggere la nostra indipendenza emotiva o allenarci a svilupparla? Possono aiutare alcuni atteggiamenti
– Lavorare sull’amare se stessi; la maggior parte degli esseri umani non ama se stesso, e questo vuol dire che non sia in grado di amare qualcun altro.
– Lavorare sulla propria autostima, a qualsiasi livello si trovi.
– Esplorare il proprio passato emotivo, consapevolizzare gli schemi che abbiamo creato e lo perpetriamo.
– Liberarsi dalla dipendenza dal giudizio altrui su di noi.
– Smettere di credere che sia qualcun altro in grado di farci sentire completi; attraverso le relazioni (soprattutto quelle intime), noi impariamo a riconoscere ed accettare le parti di noi, per poterle vivere liberamente.
– Uscire dalla propria zona di comfort, continuamente.
– Sviluppare il sano egoismo.
– Rendersi conto del proprio valore, altrimenti il partner (o alte persone che ci circondano) ci ricorderanno di quanto poco crediamo di valere.
– Sviluppare l’atteggiamento ottimista
– Allenarsi a scegliere di essere felici piuttosto che scegliere di avere ragione.
– Sapere cosa si vuole e chiederselo ogni giorno.

E tu? Come te la cavi con l’indipendenza emotiva? Dimmelo nei commenti!

L’indipendenza emotiva e l’autostima
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