Sinceri: Che effetto vi fa la parola “perdere”?
Non conosco nessuno indifferente a questa parola, generalmente a tutti è avversa. Spesso è equiparata alla parola “sconfitta”.
Nella mente di quasi totalità delle persone ha assunto una connotazione negativa. Se osserviamo i bambini nei giochi di società o di squadra, ci fa sorridere la loro reazione all’andamento del gioco (ricordiamocelo, questo sorridere, in certe situazioni quotidiane in cui i protagonisti del “gioco” siamo noi!).
Quotidianamente siamo testimoni dei fatti di cronaca drammatici legati al concetto del perdere.
Senza dubbio, “perdere” è un termine che può assumere molteplici significati a seconda del contesto in cui si usa.
Tre principali, nella quotidianità, sono:
- la perdita intesa come privazione di qualcosa (persone, cose, facoltà…insomma, un danno);
- il perdere inteso come sinonimo di sconfitta (avere la peggio in una competizione, un contrasto, o non riuscire più a mantenere la condizione, la situazione, il livello, il vantaggio che si erano raggiunti…una sorta di danno anche qui);
- il perdere nel senso di smarrire la strada o scoraggiarsi, risultante nel concetto del perdente (inteso come chi, per sfortuna o incapacità, subisce spesso delle sconfitte dalla vita…insomma, un danno quasi permanente).
Tutto sommato, perdere quasi come un torto subìto dalla vita.
Curiosando sull’etimologia della parola “perdere”, scopriamo una cosa interessante: è un derivato della parola “dare” (e, paradossalmente, il “dare” per la quasi totalità delle persone ha una connotazione positiva). Già di per sé, questo è un invito alla riflessione, e magari ad un ribaltamento del concetto nella nostra mente…ovvero un cambiamento della convinzione.
Ammettiamolo: la stragrande maggioranza di noi è convinta, più o meno consapevolmente, che perdere sia qualcosa di negativo.
Ma è proprio così?
Facciamo un gioco di fantasia: immaginiamo di non poter perdere mai nessuna delle persone (dalle molto care alle odiose) che abbiamo incontrato nel corso della vita; immaginiamo di non aver perduto niente degli oggetti che avevamo nel nostro possesso in tutti gli anni che abbiamo vissuto finora;
immaginiamo di non aver mai perduto una partita in tutti i giochi che abbiamo mai giocato;
immaginiamo di non poter mai perdere un sentimento, una volta acquisito, verso una persona/evento/desiderio; immaginiamo di non poter mai “perdere tempo”, neanche se lo volessimo con tutte le forze;
immaginiamo di non aver mai sofferto né versato una lacrima;
immaginiamo di non esserci mai trovati smarriti o scoraggiati…
Che vita sarebbe? Quale sarebbe il sentimento prevalente? Dove si collocherebbe la gioia in questo quadro? Come sarebbe il rapporto con quel che al momento abbiamo nella vita? Che rapporto avremmo verso il futuro? E verso il passato? E che rapporto avremmo con il regno dell’imponderabile, con quel che non è possibile controllare?
Questo gioco, per essere gustato appieno e produrre i suoi frutti, ha bisogno di essere applicato per più giorni e della massima sincerità di cui siamo capaci al momento.
Quando, tempo fa, dissi ad una persona l’augurio sincero di restare a lungo con qualcuno che non voleva perdere (ci impiegava tutte le sue energie affinché ciò non accadesse), mi guardò con sdegno, dicendomi: “Perché mai mi auguri una cosa simile? Non è una persona per me, non è quello che voglio io!”.
Se vero è che le parole hanno un potere, nel vocabolario sotto la voce “perdere” ci fosse scritto: “lasciare andare ciò che non ti serve più e fare spazio ad accogliere quel che desideri davvero o che sia più in sintonia con te”, come collocheresti la parola “perdere” nel tuo cammino lungo la strada della vita? E che effetto ti fa la frase “Vivere è perdere terreno” (Emil Cioran, L’inconveniente di essere nati)?
Prima di dirmelo nei commenti, ascolta questa cover della canzone dei The Rokes del lontano 1967 (Quelli dell’immagine iniziale!).

E’ giusto ciò che viene detto.
Aggiungerei che spesso la perdita viene associata al nostro valore e il nostro valore è associato alla nostra accettazione da parte degli altri che è fonte di riconoscimento e amore. Pertanto quando perdiamo facciamo subito l’equazione se perdo non valgo e se non valgo non sarò amato. E’ questo quello che ci fa star male e non riusciamo a sopportare.
Grazie della tua osservazione interessante, Giuseppe! Hai toccato uno dei tasti dolenti dell’autostima, quello di vincolare il nostro valore all’approvazione degli altri, su cui tra l’altro lavoriamo nei nostri corsi di autostima. Più sappiamo accettare di perdere, più acquistiamo in sicurezza interiore, e viceversa; è uno di quei corcoli virtuosi da istallare.
Io faccio annoiare. Non so parlare liberamente e ho tormentato il mio ex che mi ha lasciata con discorsi deprimenti… critiche. …. paranoie sensazione di inadeguatezza…. come faccio ad essere felice così?
Beh… un uomo mi ha lasciata e io sono consapevole di non essere alla sua altezza. Ciò vuol dire che per come sono non merito di meglio dalla vita?
Cara Antonella,
Tutti noi meritiamo il meglio dalla vita; la differenza sta solo nel chi se lo permette e chi no. Di solito durante la nostra crescita succede qualche avvenimento che ci condiziona a pensare che “non siamo abbastanza” (il più delle volte in maniera subdola e non consapevole, e per “ripescare” quel blocco e scioglierlo bisogna lavorare su se stessi o da soli o con un professionista). La vita ci aiuta, facendoci incontrare nel nostro cammino le persone che in qualche modo possano aiutarci a mettere in luce e risolvere le nostre problematiche – in altre parole, crescere. Quel che tu hai definito “non essere alla sua altezza” andrebbe tradotto nel “non ho fatto abbastanza sforzo per crescere”. Ma non è un problema, tu hai saputo renderti conto di avere un sensazione di inadeguatezza che ti impedisce il godimento di quel “meglio dalla vita”, ed è già un bel passo in avanti; la tua paura di essere lasciata ha fatto sì che tu sia lasciata (quello su cui concentriamo la nostra attenzione si realizza). Il problema sarebbe se tu ti fermassi alle tue convinzioni limitanti. Ora sii aperta ad accogliere la prossima sfida a riuscirci nella crescita. Il primo passo è decidere di essere felice, nonostante tutto (all’inizio ti sembrerà una forzatura – e lo è, perché ci vuole la forza per contrastare le convinzioni perpetrate per tanti anni – ma col tempo risulterà sempre più facile). Amare quella bambina in te che si sente inadeguata e ha paura di essere rifiutata per questo. Investi su te stessa, frequenta i corsi che possono aiutarti a crescere, leggi i libri che ti possono guidare, rivolgiti ai professionisti che possono aiutarti a loberarti. Perché tu vali!
Grazie della tua generosa condivisione!
Spesse volte, per non dire sempre, non accettiamo le sconfitte, spinti dai condizionamenti sociali che ci vietano di essere perdenti.
Eppure anche dietro alle carriere più brillanti e alle persone cosidette “vincenti” si nascondono parecchie sconfitte.
Pierluigi d’Alessio mi insegna che fintanto ci tentiamo in un’impresa non abbiamo fallito, ma ci troviamo di fronte a tentativi non riusciti.
Capita anche di fallire del tutto; penso che in tal caso sia buono riflettere sull’obiettivo che ci siamo posti e sulla strada intrapresa per realizzarlo.
La cosa bella di porsi una meta da raggiungere sta proprio nel percorso che si intraprende, in tutto quello che incontriamo lungo il nostro cammino, comprese sconfitte e vittorie. Se ottenessimo in un attimo e senza problemi tutto ciò che desideriamo perderemmo il gusto del provarci e non daremmo valore alle nostre conquiste, finendo così per annoiarci e volere sempre di più.
Grazie della tua condivisione, Andrea! Pierluigi è un gran maestro!
Un saluto caloroso,
Danijela