Alcune parole hanno nell’uso comune le accezioni decisamente contrastanti, e tra queste rientra “semplicità”, soprattutto l’aggettivo “semplice”: la connotazione può variare da quella di poco valore (o addirittura dispregiativa) a quella di pregio (sinonimo di gran stile, sobrietà, ricercatezza e classe, o grande utilità).

Interessante è notare quanto la connotazione di poco valore è spesso associata alla semplicità delle persone, come se nelle persone valesse di meno che negli oggetti.

Spesso viene usato come sinonimo eufemistico di sciocco, che va a intendere le persone troppo ingenue e di poco cervello.

La contraddittorietà dell’uso di questa parola è testimoniata dalla varietà dei derivati e sinonimi: sempliciotto, semplicismo, semplicétto, sempliciòtto, semplicione, superficiale, sprovveduto, modesto, scarno, spoglio, “crudo”, “alla buona”, facile (inteso nell’accezione positiva o negativa), ma anche chiaro, accessibile, comprensibile, genuino, schietto, sincero, spontaneo, immediato, mero (che è così come appare, puro e vero, senza miscela).

La parola proviene dal latino sĭmplex sĭmplĭcis, composto della radice *sem- «uno, uno solo» e di una radice *plek- presente in plectĕre «allacciare», plicare «piegare». Piegato una sola volta, tradotto letteralmente. Il che vuol dire che è costituito di un solo elemento e non può quindi scomporsi ulteriormente. Infatti, uno dei modi in cui usiamo la parola “semplicemente” è quando intendiamo “solamente, nient’altro che”.

Un atteggiamento (errato) molto comune è pensare che il semplice sia facile, e il complesso difficile.

Quello che è facile teoricamente dovrebbe essere più frequente, no? Ma sappiamo tutti che non è così, e già Ovidio duemila anni fa affermava: “La semplicità è cosa rarissima ai nostri tempi”. Suona attuale? Lo è!

Eppure, il valore maggiore attribuito tacitamente a ciò che è il contrario del semplice è un atteggiamento duro a morire.

Il mito del complicato come figo e affascinante persiste, eccome.

In realtà, si tratta del confondere il complesso con il complicato.

Complesso ha in sé la semplicità, mentre complicato è il suo contrario. Complesso è composto da più cose semplici messe insieme; complicato è composto da confusione, quindi è difficile, oscuro, tortuoso, con doppia fine, non chiaro, non sincero, a volte malizioso o furbo, che spesso cela qualcos’altro dietro (che si è consapevoli o meno di ciò), poco competente.

Da studenti di certo avevamo degli insegnanti che spiegavano in modo semplice anche le materie complesse, e quando leggevamo gli appunti era tutto comprensibile.

E avevamo quelli che rendevano complicati anche i concetti più semplici, da cui lezioni gli appunti erano incomprensibili e totalmente inutili (anche gli appunti dei compagni di banco più brillanti).

Dei libri di testo si può dire la stessa cosa.

Come diceva Isaac Newton, la verità si ritrova sempre nella semplicità, mai nella confusione. Chi sa, semplifica.
Chi non sa, complica.

E, si sa, abbiamo in molti una gran attrazione per le complicazioni. Questo ha un preciso motivo evolutivo: imparare attraverso gli errori (quindi, spesso il dolore), visto che siamo riluttanti ad imparare attraverso la consapevolezza.

Preferiamo attraverso prove ed errori comprendere cosa non vogliamo, prima di arrivare (forse) a quel che vogliamo.

Chi è semplice parla “a cuore aperto”, chi è complicato è indubbiamente più in contatto con la mente che con il cuore.

Il complicato non è autentico. La persona semplice non è difficile da conoscere, non nasconde doppi fini, non cela ombre, ma può essere molto complessa.

Una persona complicata è difficile da conoscere perché non conosce neanche se stessa, magari cela anche a se stessa i doppi fini che in fondo ha; e può essere, in fondo, davvero semplicciota.

Quando l’intelligenza si esprime in modo complicato, o difficilmente comprensibile, vuol dire che è immatura e deve ancora raggiungere la sua piena efficacia e chiarezza; per farlo dovrà evolversi, e questa evoluzione va verso la semplicità.

Anche il processo creativo va dalla complessità alla semplicità: un artista (scrittore, poeta, pittore, attore…) deve riuscire a raccontare un concetto complesso in una metafora.

La semplicità è armonia e grazia. Ogni artista ne aspira, ma non rutti ci riescono. Ci vuole un gran lavoro per riuscirci.

È semplice rendere le cose complicate, è complicato renderle semplici: questa è la verità di come stanno le cose.

Infatti, il mondo è pieno di “complicatori”, e i “semplificatori” sono le perle preziose – visibili però solo agli intenditori. Per gli altri resta il fascino del complicato…finché non imparano le lezioni.

Contrariamenente al luogo comune, è facile complicare, è semplificare che è difficile.

Semplificare esige uno sforzo, significa eliminare il superfluo. Per la semplicità è necessario raggiungere un alto livello di discernimento, ovvero avere la capacità di valutare e distinguere, andando oltre l’apparenza e cogliendo il nocciolo di cose/fenomeni/persone/comportamenti/significati: è la qualità principale della saggezza.

La semplicità è tutt’altro che facile. Richiede cura, attenzione, dedizione.

Al semplice non si puó togliere né aggiungere nulla, ciò vuol dire che si è vicini alla perfezione.

La semplicità in realtà è una grande virtù, ma per raggiungerla è necessario un duro lavoro, e non solo: ci vuole il gusto per apprezzarla.

Dovremmo della semplicità farne un culto, non della complicazione (ogni riferimento alle nostre vite complicate è puramente casuale 😉), perché, come diceva Rabindranath Tagore, “è molto semplice essere felici, ma è molto difficile essere semplici”.

E se aspirando alla semplicità diventassimo gli artisti della nostra vita?

Tu che ne pensi? Dimmelo con un semplice commento!

Semplicità: roba da intenditori
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