Probabilmente una delle cose che più spaventano l’essere umano, oltre l’ignoto, è la vulnerabilità, perché associata alla debolezza e quindi all’incapacità di far fronte alle minacce dell’ambiente o degli eventi, intesi come azioni indesiderate. Implicitamente temiamo che la minaccia possa ferirci o anche annullarci.

Per questo la paura della propria vulnerabilità risulta quasi sempre nell’atteggiamento di difesa, che portato all’estremo arriva all’ostilità verso il mondo, selettiva o generalizzata.

È abbastanza evidente che in questo modo diventiamo noi quello che temevamo: la minaccia per gli altri. Con la speranza di associarla alla forza (l’opposto della debolezza che temiamo), che prima o poi si rivela illusoria. Non è così che si è davvero forti. Non infliggendo la sofferenza cercando di sfuggirle.

La parola vulnerabilità proviene dalla parola latina vulnus, che significa «ferita». Infatti, quello che temiamo è proprio di essere feriti.

Uno dei sinonimi più spesso associati alla vulnerabilità, oltre la delicatezza e la sensibilità, è la fragilità (derivante dal latino frangere, che significa «spezzare, ridurre in frammenti»), come se questo sinonimo specificasse in che modo temiamo di essere feriti: temiamo di andare a pezzi, in frantumi.

Come in quasi totalità delle paure contemporanee (parlo a livello individuale), raramente si tratta di un pericolo fisico; quello che in realtà temiamo è di perdere la nostra personalità, così come l’abbiamo costruita nel tempo (sì, l’abbiamo costruita noi, e solo noi) e la nostra visione del mondo ovvero un certo equilibrio che abbiamo raggiunto.

In pratica, temiamo il cambiamento.

Il contrario della vulnerabilità più appropriato è l’insensibilità, che ci sta suggerendo il pericolo in cui andiamo incontro se rifiutiamo la nostra vulnerabilità: diventare insensibili ci toglie il lato migliore dell’essere umano.

La sensibilità è quella che ci permette di avere la necessaria flessibilità per “muoverci attraverso la vita”, in relazione agli altri ed alle circostanze.

Anche a livello anatomico, il tendine di Achille – collegato al concetto di vulnerabilità tramite il mito del tallone di Achille, l’unico punto vulnerabile dell’immortale eroe mitologico – è la parte del corpo fondamentale per andare efficacemente in avanti e per portare i pesi consistenti, cui lesione può compromettere la capacità di camminare autonomamente.

Questa è un’ottima metafora del vivere nel senso dell’esperienza interiore, psicologica.

In breve, la condizione umana è contrassegnata dalla vulnerabilità e dalla necessità di muoversi attraverso la vita (quindi affrontare le sue difficoltà) con questo vincolo.

Partiamo dal presupposto che siamo tutti mortali, e quindi tutti indistintamente vulnerabili, con il rischio di vivere dal primo istante di vita non sapendo quando avverrà la nostra morte.

È un dato di fatto, che influisce sul modo di condurre la propria vita a secondo di come lo viviamo: chi lo teme di solito conduce una vita insoddisfacente, chi lo accetta di solito vive una vita piena e appagante.

Nel vivere tutto può ferirci: gli incidenti, le critiche, gli affetti non ricevuti, i comportamenti indesiderati, le violenze di vario tipo, malattie, i legami con gli altri o la rottura di essi, la condizione economica, le speranze e le aspettative disattese, i tradimenti, i sogni infranti, la società in cui viviamo e la sua condizione storica, il rapporto dell’ambiente sociale/comunità in riferimento alla nostra identità individuale, la libertà troppa o poca, la relazione con sé stessi o con il mondo, le verità ommesse o scomode, le potenzialità o la mancanza di esse, le calamità naturali, persino la fede…

Ma tutto ciò che è potenzialmente la fonte di sofferenza è potenzialmente anche la fonte di gioia.

Non possiamo arrivare alla gioia se eliminiamo il rischio della sofferenza volendoci difendere da essa. E se la soluzione non è nel difenderci (in quanto ci porta alla chiusura, quando non all’aggressione verso l’esterno), possiamo provare con il proteggerci.

Adottando le misure di sicurezza ci esponiamo al rischio e affrontiamo le minacce, rinforziamo la capacità di farne fronte (sia a livello individuale che di gruppo).

In quest’ottica, la vulnerabilità è chiaramente la nostra alleata: solo esponendoci alla ferita capiamo qual è la possibile misura di protezione, quando e dove bisogna adottarla. Quindi, qual è il cambiamento utile che è necessario apportare. Sì, proprio il cambiamento che temiamo è quello di cui maggiormente abbiamo bisogno. E la vulnerabilità che temiamo è il nostro miglior indicatore su dove e come localizzarlo, quel cambiamento.

Altroché la debolezza: nella vulnerabilità risiede la vera forza.

Nessuno è più a rischio di indebolimento quanto colui che nasconde a sé stesso (e di conseguenza agli altri) le emozioni, le preziose sentinelle se la strada che stiamo percorrendo sia giusta per noi o meno, comprese le persone che incontriamo su essa. Nessuno è più a rischio di mancata realizzazione (in qualsiasi ambito) quanto colui che non ha mai fallito. Nessuno è più a rischio di non trovare il partner giusto quanto chi non si rende vulnerabile al rifiuto. Nessuno ha meno possibilità di condurre una vita equilibrata quanto chi non ha mai rotto l’equilibrio. Nessuno è più a rischio di essere infelice quanto chi non ha mai pianto.

La nostra vulnerabilità principalmente può indicarci due ambiti su cui focalizzarci:

1. il bisogno di cambiare il nostro modo di vedere/percepire il mondo (che in sostanza può essere contrassegnato da ottimismo o pessimismo in varia misura; il nostro atteggiamento tenderà a influenzare lo svolgimento di qualsiasi cosa, diventerà la “profezia che si avvera”);

2. il bisogno di cambiare il modo di relazionarci/interpretare gli eventi (che grosso modo può riguardare la tendenza di ritenere le cause di qualcosa permanenti o temporanee; per esempio di fronte ad un insuccesso pensare di essere sfortunati nella vita oppure pensare di non essersi preparati/essere motivati abbastanza: nel primo caso non faremo nulla per cambiare, nel secondo sì).

Prendendo in prestito il linguaggio informatico e le sue strategie di protezione del sistema a fronte delle sue vulnerabilità, possiamo in modo divertente trarre qualche consiglio utile per una protezione efficace:

• Complessità: cerchiamo di ridurla, trovando poche semplici regole di vita sane e utili per noi (per esempio, se crediamo che tutto il mondo sia pericoloso o “marcio”, questa è una visione semplice ma non sana né ci è utile per vivere bene; meglio cercarne una diversa);

• Connettività: teniamo a mente che con più persone comunichiamo, più abbiamo bisogno di moderare il livello di apertura verso ciascuno, modificandolo in base alle esperienze con ogni persona;

• Password: cerchiamo di rendere meno facile l’accesso alla nostra intimità, consentendo l’apertura maggiore solo a coloro che soddisfano dei criteri chiave importanti per noi;

• Eliminare i virus: allontaniamo da noi le persone che ci ledono in qualche modo, altrimenti possono compromettere seriamente il nostro modo di condurre la vita, la sua qualità o la sicurezza di base;

• Protezione dati: siamo riservati sulle nostre informazioni strategiche come possono essere gli obiettivi, i sogni, o più materialmente il conto in banca, anche con chi ci è vicino;

• Controlliamo gli input: prendiamo con riserva ciò che ci viene detto dagli altri e verifichiamolo sempre (per esempio, non prendiamo come oro colato l’affermazione di qualcuno “Tu non sei capace/intelligente/attraente…”, verifichiamo se possa trattarsi di una critica costruttiva o di una semplice invidia);

• Impariamo dagli errori invece di smettere di tentare: sviluppa la resilienza.

E tu? Come vivi la tua vulnerabilità? Dimmelo nei commenti!

La vulnerabilità è debolezza?
5 (100%) 9 votes
CHIUDI
CLOSE
Share This