Diventare genitori è un momento da una parte desiderato e dall’altra temuto dalla maggioranza della popolazione.

La questione di mettere o non mettere al mondo i figli è nella società intriso da un misto di aspettative sociali, bisogni personali, sogni e speranze, paure più o meno profonde, prontezza di affrontare le sfide, fuga dalle responsabilità, storia familiare, progetti personali e molti altri fattori che contribuiscono alla decisione più o meno inconscia di concepire e far nascere i figli o di rinunciare a farlo. Il calo demografico preoccupante testimonia l’aumento costante delle persone che scelgono di rinunciare, a parte i casi di impossibilità fisiologica dove la scelta non c’è o la sublimazione attraverso la dedizione alla progettualità di natura diversa. Diventare genitori cambia profondamente le dinamiche interiori e quelle relazionali.

Il periodo della gravidanza è carico di emozioni, positive nel caso della coerenza interiore, e contraddittorie o negative nel caso dei conflitti interiori e paure manifeste o nascoste.

Vale per i futuri padri e ancor di più per le future madri. Mentre le società cosiddette primitive sono fortemente supportive nei confronti delle future madri, quelle cosiddette civilizzate sono spesso fortemente giudicanti, a dispetto della proclamata idealizzazione della maternità e della famiglia in generale. La società intera si aspetta di vivere questo momento pieni di gioia, raggianti di energia e impeccabili nell’affrontare la quotidianità dal punto di vista pratico. Ma non è sempre così.

Diciamocela tutta, essere madri e padri nella società odierna è molto difficile, e ogni donna lo percepisce a qualche livello di consapevolezza nel periodo gestazionale e postpartum.

Questo fattore ambientale si aggiunge ai fattori fisiologici e psicologici presenti nel processo gestazionale, del parto e postpartum: il cambiamento dell’assetto ormonale, il cambiamento del corpo, la sensazione di inadeguatezza, gli stati d’animo altalenanti, la vulnerabilità accentuata, i cambiamenti nelle strutture cerebrali e dei meccanismi neurologici – che avvengono anche nelle fasi evolutive transazionali significative, come per esempio in adolescenza.

Il termine baby blues è coniato per esprimere quel tipo di disagio.

Esiste una grande varietà di sintomi durante la gravidanza e il periodo perinatale che le neomamme possono sperimentare, con il tono umorale tendente alla depressione o ansia. È molto importante sottolineare che si tratta di difficoltà temporanee di adattamento che possono benissimo essere superate con un approccio empatico, amorevole e di sostegno, soprattutto di familiari e della cerchia di amicizie. Non bisogna sottovalutare il rischio di cronicizzazione indotta. In un momento così delicato come questo il sistema di adattamento è messo a dura prova, a tutti i livelli: da quello fisico e fisiologico, passando per emotivo, cognitivo, comportamentale, organizzativo, relazionale, per arrivare a quello intrapersonale.

Già la medicalizzazione del parto, che di per sé è un processo fisiologico e profondamente intimo, contribuisce a creare un terreno fertile per l’alienazione dell’esperienza della nascita di una nuova vita e l’insorgenza della difficoltà di vivere l’evento dell’arrivo di un neonato esprimendo liberamente tutte le sfumature emotive che esso suscita.

Passare dal ruolo di figlia e donna a quello di madre non è una cosa da poco.

Vediamo insieme alcune sfumature emotive più frequenti rilevate in questo periodo delicato:

– disturbi dell’umore tendenti al depressivo, con una grande varietà di intensità, che possono includere per esempio sentimenti di tristezza, apatia, senso di colpa, inadeguatezza, perdita di appetito, trascuratezza, crisi di pianto, preoccupazione, perdita di interesse e di piacere nelle attività quotidiane, tendenza all’isolamento, perdita di interesse per le relazioni e così via;

ansia generalizzata o circoscritta ad alcune situazioni o figure, come può essere quella del neonato stesso;

rabbia e irritabilità, che può essere generalizzata o indirizzata alle situazioni o persone specifiche, a partire da neonato stesso e i componenti della famiglia e allargando verso l’ambiente esterno. È importante sottolineare che spesso la rabbia è un tentativo adattativo di superare l’umore tendente al depressivo, cosa che non viene quasi mai presa in considerazione;

– una specie di annebbiamento cerebrale, che sta a significare l’inefficienza temporanea delle capacità cognitive, come per esempio difficoltà a ricordare le cose, a pensare alle parole giuste o alle informazioni relative a una determinata materia. Il fenomeno è in realtà perfettamente fisiologico in quanto la madre per poter stabilire il rapporto di comunicazione efficace con il bambino ha assolutamente bisogno di passare a livello non verbale, non logico, ma potenziare il livello analogico e intuitivo;

– pensieri spaventosi, invadenti e spesso ossessivi che spesso iniziano con la frase “che cosa succede se”, insomma una specie di incubi che possono vertere intorno alle questioni apparentemente banali come può essere il cambio del pannolino, a quelle di come e quanto il bambino dorme o se la modalità di portarlo in giro siano adeguate o meno;

– intorpidimento: provare una sorta di vuoto, di anestetizzazione emotiva, quando magari si ha l’aspettativa di provare forti emozioni, specialmente di gioia;

– sentirsi disconnessi da cose a cui si tiene di più;

insonnia: spesso ci si rende conto che per poter fare fronte alle esigenze di accudimento del bambino bisogna dormire quando il bambino dorme, per recuperare le forze. Ma può essere abbastanza scioccante la scoperta che pur di essere esausti come non mai prima nella vita, non si riesce a dormire. Può sembrare controintuitivo, ma a volte un segno di depressione;

– sintomi fisici come mal di testa, dolori alla schiena, mal di stomaco, nausea o persino attacchi di panico, che possono sembrare simili ad un infarto;

– senso di solitudine e di isolamento.

L’elenco potrebbe continuare, tenendo conto dell’individualità e della varietà infinita di reazioni dell’essere umano.

Sottolineando ancora una volta che si tratta di un processo di adattamento ad una situazione nuova, è molto importante osservare la frequenza, l’invasività e la durata nel tempo di queste variazioni umorali e comportamentali.

Per intenderci, è normale che la nuova maternità sia un’esperienza travolgente e spaventosa, ma se il senso di sopraffazione, di ansia, di rabbia, di angoscia o qualsiasi variazione riscontrata rispetto al periodo precedente all’evento della maternità, si protrae nel tempo e assume la natura dell’invasività (si protrae per la maggior parte del tempo), è necessario chiedere aiuto alle figure di cui ci si fida. Parlare del proprio disagio. Rendersi conto che si ha il diritto di provare quel che si prova.

A volte il sostegno amorevole di amici e familiari è sufficiente. A volte è saggio rivolgersi a una figura di sostegno specializzata, ma sempre rispettando il proprio sentire anche in riferimento alla figura aiutante: se ci fa sentire a disagio in qualsiasi modo (anche se non sappiamo esattamente il perché), non è la figura adatta a noi. È fondamentale esercitare il diritto di dire di no, specialmente in questo momento di estrema vulnerabilità.

E tu? Come te la cavi con la maternità? O se sei il padre, come vivi la nuova condizione e il rapporto con la madre del neonato? Oppure, se sei in un rapporto di parentela o amicale con persona in questa fase della vita, hai le esperienze da condividere? Aspetto i tuoi commenti!

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