uomo con il no scritto sulla testaQuesta volta iniziamo raccontando una favola classica di Esopo, che molti di voi conoscono “Il contadino, il figlio e l’asino”:

Un vecchio faceva il cammino con il figlio giovinetto. Il padre e il figlio avevano un unico piccolo asinello: a turno venivano portati dall’asino ed alleviavano la fatica del percorso. Mentre il padre veniva portato e il figlio procedeva con i suoi piedi, i passanti li schernivano: “Ecco,” dicevano “un vecchietto moribondo e inutile, mentre risparmia la sua salute, fa ammalare un bel giovinetto”. Il vecchio saltò giù e fece salire al suo posto il figlio suo malgrado. La folla dei viandanti borbottò: “Ecco, un giovinetto pigro e sanissimo, mentre indulge alla sua pigrizia, ammazza il padre decrepito”. Egli, vinto dalla vergogna, costringe il padre a salire sull’asino. Così sono portati entrambi dall’unico quadrupede: il borbottìo dei passanti e l’indignazione si accresce, perché un unico piccolo animale era montato da due persone. Allora parimenti padre e figlio scendono e procedono a piedi con l’asinello libero. Segue lo scherno e il riso di tutti: “Due asini, mentre risparmiano uno, non risparmiano se stessi”. Allora il padre disse: “Vedi figlio: nulla è approvato da tutti; ora ritorneremo al nostro vecchio modo di comportarci”.

Se siamo intenti a soddisfare gli altri, con le loro opinioni, i gusti, i suggerimenti, le costrizioni, le aspettative, non possiamo esprimere se stessi.

È vero che nel contesto sociale bisogna prendere in considerazione anche chi ci circonda…ma tra prendere in considerazione e farsi condizionare la linea è sottile.

Ed ecco che, senza accorgercene, ci troviamo a vivere in tutti gli effetti la vita di qualcun altro (o dei molti), quando l’unica cosa che possa considerarsi il successo è vivere la propria vita come davvero si desidera.

Molte persone, cercando di ingraziarsi gli altri, interpretano di continuo ruoli differenti con persone differenti, e non mostrano mai la loro vera personalità.

Ma questo modo è la strada sicura per precludersi la felicità.

Ecco perché:
1. Si arriva a dipendere sempre dall’approvazione altrui, che ragionevolmente non può esserci sempre;
2. Ci si costringe a comportarsi diversamente con persone diverse, al punto da perdere la propria identità;
3. Non si migliora se stessi mai, anzi si diventa confusi nell’interpretare tanti ruoli ed a perdere la consapevolezza sul “chi sono io e cosa voglio io?”;
4. Ci si allontana dalla realtà;
5. L’autostima a poco a poco diventa molto bassa, perché ci si adegua ai desideri degli altri invece che ai propri.

Ma questo a lungo andare porta potenzialmente a quei famosi (e dolorosi) rimpianti sul punto di morte.

La maggioranza delle persone sul punto di morte, alla domanda su cosa farebbero diversamente se potessero tornare indietro, dichiara che oserebbe di più.

Ovvero, bisogna essere più coraggiosi per vivere la vita davvero appagante.

Qualche volta bisogna avere coraggio di deludere le aspettative degli altri su ciò che riguarda la nostra vita. A costo di perdere qualcuno.

Un esempio naturale è il periodo dell’adolescenza: il suo compito è proprio quello, di deludere i genitori e dire “no” anche se a volte non si ha idea chiara neanche sul “sì”.

Chi vive nella compiacenza accumula la rabbia, e infatti l’adolescenza (periodo in cui la natura ci chiede di smettere di compiacere gli altri) è caratterizzata da tanta rabbia (possibilmente espressa e canalizzata costruttivamente, per il bene del diretto interessato).

È più importante approvare se stessi che essere approvati dagli altri. Questo è il fondamento dell’autostima.

Alcune persone possono anche nuocere alla direzione della vita giusta per noi, no perché lo vogliono appositamente (anzi, il più delle volte sono armati dalle buone intenzioni), ma semplicemente perché non possono sapere cosa è bene per noi.

È molto difficile quando le persone vicine, gli amici e la famiglia, non sono d’accordo con qualcosa di fondamentale per il nostro senso di sé, ma è fondamentale lavorare sull’acquisire gli strumenti per gestire questo in modo sano (per esempio, un corso di autostima può aiutare, come anche altri interventi specifici), cosa che gli adolescenti di solito fanno in modo ribelle e disfunzionale (ma anche molti adulti, perché in adolescenza non hanno acquisito gli strumenti). Assertività è uno degli strumenti fondamentali.

È importante imparare a stabilire i confini in modo più possibile rispettoso: questa è una delle cose più difficili per le persone che cercano l’approvazione.

L’obiettivo finale è riuscire ad essere autentici al 100%. Ci si arriva per gradi, in relazione al punto di partenza di ciascuno. Col tempo si plasma e raffina chi siamo e qual è la nostra “strada che porta al paradiso”.

Le decisioni più spaventose sono di solito quelle migliori per noi. Se questo può incoraggiare, da quel che è meglio per noi prima o poi ne traggono beneficio anche gli altri. Quando viviamo autenticamente e amiamo se stessi, siamo anche più amorevoli verso gli altri e disposti ad incoraggiarli a trovare la loro espressione autentica. Diciamo che giocando in questo modo vincono tutti.

La persona che si preoccupa sempre di piacere agli altri teme di venire abbandonata, esclusa, derisa, rifiutata, teme il conflitto, e per questo indossa la maschera del “tutto mi sta bene”.

Fa tutto quello che gli si chiede, dice quello che gli altri si aspettano che dica, è sempre d’accordo con chi ha di fronte e, comunque, mai apertamente in disaccordo. Si adegua agli altri, facendo fatica a manifestare le reali emozioni e alla fine smette anche di esserne consapevole.

Se è arrabbiata, sorride. Se è delusa, mostra di essere soddisfatta. Per non deludere e scontentare gli altri accetta le loro richieste, e alla fine finisce sempre per deludere se stessa. Vive dominata dalla paura e dall’ansia qualsiasi relazione perché teme di non piacere o di essere rifiutata. Teme tensione e stress che possono derivare dal conflitto che si genera a volte manifestando quello che si pensa veramente quando è contrario a ciò che pensa l’altro.

Ma in questo modo si portano le relazioni (siano amicali, sentimentali o lavorative) verso un inevitabile fallimento, nonostante la strategia del “non deludere”. Semplicemente perché non sono autentiche. Se non siamo autentici noi, non possono esserlo neanche le nostre relazioni, e a lungo andare questo si rivela.

È molto meglio affermare se stesso e sopportare la probabile reazione negativa dell’altro, visto che alla fine arriverà comunque, ed in modo ben peggiore di quella che poteva essere all’inizio.

Impariamo a piacerci e non a piacere!

Altrimenti troveremo sempre quelli disposti a metterci i piedi in testa, troveremo che le persone non apprezzano quello che abbiamo fatto e ci sentiremo perennemente scoraggiati e agitati.

Quando noi stessi siamo contenti per gli sforzi che facciamo, non siamo più dipendenti dal riconoscimento degli altri, ma ce lo godiamo se arriva.
Tutto sta nel dedicarsi a conoscere se stessi e liberarsi dalla paura della solitudine e del giudizio degli altri.

E tu? Sei compiacente o ti piaci? Raccontami nei commenti!

Compiacere gli altri
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