I proverbi sono tratti da un numero infinito di esperienze quotidiane e colgono sempre le tematiche ricorrenti, tra cui è presente anche la tematica della speranza.

Condensano le tendenze generalizzate del pensiero collettivo formate nel tempo, che rivelano tipologie di convinzioni risultanti poi nella concreta influenza sulle scelte personali.

Molto spesso un proverbio ne contraddice un altro, perché esprimono diverse convinzioni o credenze formate dal diverso modo di guardare agli stessi fenomeni e di interpretare le esperienze vissute.

“Finché c’è vita c’è speranza.”,
“Chi di speranza vive disperato muore.”
“La speranza è l’ultima a morire.”
“Aspetta e spera.”

L’ambivalenza verso la speranza riflette sia il suo potere motivante e di guida nei momenti difficili al fine di superarli, sia il pericolo di non intraprendere le azioni necessarie aspettando che lo faccia qualcuno o qualcos’altro.

È interessante notare i riferimenti al binomio vita-morte in questi proverbi e questo ci fa riflettere sul significato molto profondo della speranza, che include le questioni relative al senso della vita.

È abbastanza facile accorgersi anche del riferimento all’ottimismo e al pessimismo come approcci all’esperienza vissuta e le modalità di attribuirle un significato.

Da molti è considerata un qualcosa di vago e di inutile. Ma le espressioni come “infondere speranza”, “togliere ogni speranza”, “rimanere appesi ad un filo di speranza” o “essere l’ultima speranza” riassumono il potere di questa parola nelle sue molteplici sfumature.

La speranza, classificata come un’emozione positiva, si verifica spesso nel bel mezzo di circostanze negative o incerte, precisamente in quelle circostanze è più facile accorgersene e sono anche quelle che hanno il maggiore potere trasformativo sull’individuo.

È sfaccettata, nel senso che deriva dalla mescolanza delle emozioni primarie: la paura, la gioia, la rabbia, la tristezza, la sorpresa.

Il fatto che le emozioni primarie siano fondamentali per la sopravvivenza ci riconferma il significato profondo della speranza, che ne è una mescolanza.

È un’emozione complessa, in quanto ha sia l’aspetto dell’incontrollabilità tipico delle emozioni (spesso siamo sopraffatti dalla rabbia, dalla gioia o dalla paura esattamente come non possiamo fare a meno di sperare), sia l’aspetto cognitivo di intenzionalità (noi consapevolmente decidiamo di sperare o di rinunciare alla speranza in base al nostro rapporto con la possibilità che l’esito sperato non si realizzerà). E allo stesso modo sono complessi i risultati derivanti dalle speranze.

Anche dalla filosofia è contemplata tra le virtù (per i cristiani è una delle tre virtù teologali: fede – speranza – carità), e non dimentichiamoci il ruolo delle virtù: quello di contrastare i vizi, intesi come atteggiamenti dannosi per l’essere umano tendenti a cronicizzarsi facilmente.

Nell’antichità classica la Speranza era venerata come una divinità la cui personificazione è una donna rappresentata in piedi, con un bocciòlo di fiore nella mano destra e la veste sollevata sul fianco sinistro.

Il vocabolario Treccani la definisce “Sentimento di aspettazione fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera.”

Se non ci fosse la speranza non sarebbe possibile nessuna progettualità. Vale anche per coloro che deridono la speranza come concetto, affermando di contare solo su se stessi.

Nessuno si impegnerebbe attivamente nella vita, né si assumerebbe le responsabilità, né farebbe i programmi per il futuro, e tanto meno avrebbe la motivazione di impegnarsi in qualsiasi cosa.

Appare chiara la componente dell’aspettativa presente nella speranza. Ma questa aspettativa non è passiva, né ancor meno è dare per scontato o inevitabile un determinato risultato.

Al contrario, è un attivo impegno a cercare il modo di raggiungere un certo esito: pensando attivamente alle possibilità e agendo concretamente, anche quando si è scettici riguardo alla probabilità di riuscita o quando essa appare oggettivamente impossibile.

Quindi la speranza è proattiva. Intenzionalmente in primis (del potere dell’intenzione ne abbiamo già parlato). E di conseguenza anche emotivamente, mentalmente e concretamente.

Il valore e l’impatto positivo che la speranza può avere sulla vita umana è ampiamente riconosciuta e difficile da ignorare, soprattutto quando si tratta di misurarsi con le esperienze della vita difficili nelle quali vacillano le certezze che si credeva di avere e si viene assaliti dalle paure e dal senso di impotenza. Da un paio di decenni questo valore inizia ad essere confermato da sempre più ricerche nel campo di psicologia, tanto da individuare varie tipologie di speranza: realistica, utopistica, trascendentale, paziente, generalizzata, universale, come scelta quale metodo di gestione di un vissuto difficile.

Ma quali sono i benefici della speranza? Eccone alcuni:

1. Migliora il benessere, percepito ed effettivo, sia in termini di salute mentale che di salute fisica;

2. Migliora la gestione dello stress;

3. È correlata positivamente con alte prestazioni in tutti gli ambiti, dallo sportivo, accademico, relazionale, a quello lavorativo;

4. È correlata positivamente alla soddisfazione, nei confronti di se stessi, degli altri e della vita (propria e in generale);

5. È altamente motivante;

6. È fattore protettivo dall’ansia generalizzata e cronica;

7. Stimola l’atteggiamento di partecipazione costruttiva nelle attività rivolte al futuro, sia a livello individuale, che societario;

8. Costruisce il senso di interconnessione, a livello spaziale (io-altri) e temporale (ieri-oggi-domani);

9. Aumenta il livello dell’autostima.

La speranza si può allenare, e ci sono alcuni fattori che possono aiutare:

– Scegliere come compagnia le persone speranzose: la speranza è contagiosa;

– Coltivare l’apertura mentale;

Meditare, in quanto la meditazione porta al bilanciamento del sistema nervoso simpatico e parasimpatico, riducendo il livello di tensione e creando un substrato neurofisiologico corrispondente alla speranza attraverso l’emissione di appropriati livelli di neurotrasmettitori, ormoni, linfociti e altre sostanze;

– Consapevolizzare le proprie convinzioni/credenze negative e coltivare attivamente le convinzioni positive;

– Creare connessione sincera con altre persone, specialmente se in difficoltà, e infondergli la speranza, a parole o aiutandole concretamente: si impara anche insegnando;

– Ascoltare la propria intuizione: quella vocina flebile da qualche parte di noi che ci suggerisce cosa fare quando non abbiamo riferimenti razionali o quando i nei riferimenti razionali c’è “qualcosa che non va”;

– Esercitarsi ad immaginare intenzionalmente gli esiti positivi di qualcosa; siamo quasi tutti molto allenati (e continuiamo ad esercitarci quotidianamente) ad immaginare tutti i possibili esiti negativi. Invertiamo allora;

– Porre a se stessi gli obiettivi, partendo dal desiderio di qualcosa che ci sta a cuore, e impegnarsi a raggiungerli: allenarsi ad apprezzare l’apporto di tutti i fattori, da quelli che dipendono da noi a quelli inaspettati e totalmente fuori dal nostro controllo.

Non sempre è facile, ma ne vale la pena provare a coltivarla. La migliore palestra è lo stesso campo su cui è necessario il suo utilizzo: le avversità quotidiane della vita. “Anche se il timore avrà sempre più argomenti, scegli la speranza” diceva Seneca.

E tu? Quanta speranza ti caratterizza? Hai qualche altro metodo, tutto tuo, da suggerire per coltivarla? Dimmelo nei commenti! Ma ascolta prima questa canzone:

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